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La riflessione

Sorrentino e le donne, narrazione e polemiche

Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino

Riflessi maschilisti nel film «È stata la mano di Dio»? Intanto, si saprà all’alba di lunedì 28 marzo se il regista avrà vinto un secondo Oscar

10 Marzo 2022

Michele Anselmi

Sapremo all’alba di lunedì 28 marzo se Paolo Sorrentino avrà vinto un secondo Oscar, dopo quello aggiudicatosi nel 2014 per «La grande bellezza». Ma non sarà facile fare il bis con «È stata la mano di Dio». Forte è la concorrenza degli altri quattro titoli in gara nella categoria «Best International Feature Film», cioè non girati in inglese. Non a caso il cineasta napoletano, forse per scaramanzia, ha applicato una sorta di basso profilo al cimento. «È inutile far finta di niente: il favorito è il giapponese "Drive My Car", che è candidato anche come miglior film e miglior regia. Io mi sento molto a mio agio nel non essere favorito. Con "La grande bellezza" lo ero e questo mi metteva in soggezione. Mi piace molto di più partire dalla panchina, per usare una metafora calcistica».

La panchina fa bene a tutti: attenua le euforie esagerate e ridimensiona le certezze artistiche. Come amava ripetere lo scomparso attore Giulio Brogi, che proprio in «La grande bellezza» cesellò un personaggio stupendo di vecchio regista, purtroppo tagliato al montaggio, «Il successo non cambia le persone: le rivela».

Il cinquantunenne Sorrentino avrà capito l’antifona? Alle prese con un costoso progetto hollywoodiano che vede coinvolta Jennifer Lawrence, il regista partenopeo s’è rimesso benissimo in gioco con il semi-autobiografico «È stato mano di Dio», apprezzato pressoché dappertutto, a partire dalla Mostra di Venezia, dove conquistò il Leone d’argento e un premio all’attore esordiente .

Tuttavia, ora che s’avvicina la Notte degli Oscar, un problemino potrebbe affacciarsi. Questo: esiste un riflesso «maschilista», vagamente misogino, nello sguardo che Sorrentino posa sulle donne?

Permettete la divagazione personale. Per giorni, quando il film arrivò su Netflix a metà dicembre 2021, ho fronteggiato il malumore diffuso, istintivo, anche rabbioso, di tante spettatrici, perlopiù sopra i 60. Donne abituate a vedere film d’autore, tendenzialmente estimatrici del cinema sofisticato e «aforistico» di Sorrentino, ma incavolate nere con «È stata la mano di Dio», da esse detestato, anzi ridicolizzato. Provavo a capire, a ribattere, ma era una marea crescente: la contestazione non era estetica, bensì di fondo, contenutistica, di «genere». Come se la prospettiva del racconto autobiografico, da romanzo di formazione maschile, fosse aggravata dalla rappresentazione di alcuni personaggi femminili: la baronessa âgée che «svezza» sessualmente il giovane protagonista (alter-ego di Sorrentino) aprendogli in faccia le gambe; la zia sensuale e disperatamente pazza che si denuda sulla barca mostrando il corpo da pin-up; la madre amatissima dedita a scherzi micidiali per lenire le corna inflitte dal marito comunista; la torva e incazzosa conoscente arricchita con la pelliccia anche d’estate; la giovane attrice anglofona chiusa nella sua bolla da teatro off…

Un riflesso non solo italiano, se è vero che anche al London Film Festival, davanti ad alcune perplessità di donne, Sorrentino ha dovuto spiegare a un giornalista di «The Independent» quanto segue: «È diventato difficile. Ho la fortuna di poter fare quello che voglio, ma mi preoccupa lo scetticismo su aspetti meravigliosi della nostra vita, come la sensualità e l’erotismo». E ancora: «La rappresentazione di una donna da parte di un regista uomo non può esistere senza una qualità onirica. Per me le donne sono il sogno che ho delle donne. Sono sogni meravigliosi, ma mi rendo conto che, nella mia visione, potrebbero esserci aspetti che non sono apprezzati dalle donne stesse».

La risposta suona un po’ farraginosa, politicamente corretta, tesa a sviare asprezze e contestazioni; e comunque già ai tempi di «La grande bellezza» e del dittico «Loro», per non dire delle due serie tv sui pontefici eterodossi, si levarono perplessità in merito all’occhio che Sorrentino, talvolta scherzando e citando, applica alla bellezza muliebre. La femminilità spesso è esagerata, esibita, seduttiva, schiacciante, golosa, stretta tra balletti allusivi, ossessioni dominatrici e audacie sessuali (c’è chi ha parlato, per il cinema di Sorrentino, di «porno empatico», anche se non capisco bene che cosa significhi).

Naturalmente il regista ha tutto il diritto di raccontare le donne come gli sconfinfera. Anche Federico Fellini per «La città delle donne» fu bacchettato da una certa intellighenzia femminista, e di sicuro il gran riminese non teneva al guinzaglio i sogni erotici nel convogliarli sullo schermo. Basta solo non prendersela se poi qualcuna s’arrabbia. Può tornare utile, in proposito, quanto scrisse la filosofa Gloria Origgi su «La grande bellezza» in un blog ospitato dal «Fatto Quotidiano»: «È la misoginia profonda del film che lo rende provincialissimo e tutto italiano. La passerella delle donne non è solo caricaturale, come quella degli uomini. E proprio aggressiva. Quando aprono bocca, le donne di Sorrentino, se sono vere donne, dicono idiozie. Le uniche donne stimate e amate sono una nana, intelligente e materna direttrice di giornale, e un’altrettanto materna e anziana donna delle pulizie. Ah, e infine una santa centenaria. Ossia figure femminili non sfidanti, sicuramente non sessuate, e dunque rassicuranti».

Che ci sia materia per Massimo Recalcati e la sua «psicobanalisi», evocando la parodia di Crozza?

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