Mercoledì 07 Gennaio 2026 | 17:24

È Taranto, dialogare con la memoria per immaginare il futuro

È Taranto, dialogare con la memoria per immaginare il futuro

 
mimmo mazza

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mimmo mazza

Ma la questione Taranto va oltre l’acciaio e diventa geopolitica

Cos’è oggi Taranto? Una ferita aperta e allo stesso tempo un’energia arcaica.

Lunedì 05 Gennaio 2026, 19:45

Cos’è oggi Taranto? Una ferita aperta e allo stesso tempo un’energia arcaica. Denuncia e nostalgia, rabbia e amore per ciò che resiste. Immaginare Taranto significa osservare la città non solo come un luogo, ma come un sintomo, non una semplice questione industriale o urbanistica. Inutile girarci attorno. Taranto è il corpo di un’Italia tradita dai suoi stessi modelli di sviluppo. Non una città industriale “moderna” e garantita, ma la rappresentazione di una modernità sbagliata, calata dall’alto, incapace di armonizzarsi con la vita reale delle persone. Taranto appare come un Prometeo incatenato: da un lato il mare mitico, il porto, la luce greca, un’archeologia dell’anima che risale alla Magna Grecia; dall’altro l’acciaieria, l’invasione del potere economico-industriale che deforma il territorio e l’aria stessa. L’acciaieria, più che una fabbrica, è ormai un totem crudele: un dio industriale che promette lavoro mentre brucia salute, paesaggio, identità. Gli abitanti dei Tamburi, del Borgo, della Città Vecchia sono, loro malgrado, i protagonisti di una tragedia contemporanea. In loro si vede una sapienza pre-borghese: un mondo di relazioni autentiche, di gesti antichi, di dignità. Non idealizzati, ma veri. Un popolo tradito due volte: una prima volta dalla povertà, una seconda volta da una promessa di futuro che si è trasformata in ricatto. Il Mar Grande e il Mar Piccolo sono figure simboliche: la memoria arcaica della città e insieme la sua possibile salvezza. Quel mare che ha nutrito Taranto per millenni, oggi ferito dalle scorie, è l’immagine perfetta della contraddizione italiana: la bellezza naturale sacrificata all’illusione del progresso. I pescatori che perdono il mare o lo vedono avvelenato;  i quartieri popolari trasformati in periferie senza identità;  la gioventù che non eredita più un dialetto, un mestiere, o un rito, ma solo precarietà. Solo tornando a dialogare con questa memoria – con ciò che è identitario, irripetibile, non replicabile – la città può immaginare il futuro. Un futuro che non è mai un orizzonte tecnologico: è una resistenza umana. Taranto non come caso locale, ma come allegoria nazionale: la lotta tra l’anima contadina e il nuovo potere consumistico; tra l’antico e il postumano; tra la bellezza naturale e la devastazione. La città può avere futuro solo se compie una scelta quasi “eretica”: non inseguire modelli di sviluppo omologati; non accettare la logica del sacrificio umano per la produzione; ripartire dalla cultura, dalla bellezza, dai giovani, dal mare, dalla Città Vecchia come laboratorio sociale. Perché una città sopravvive quando conserva ciò che la rende irriducibile. Qui e ora non si tratta di offrire soluzioni tecniche ma di porre invece una domanda inquieta e radicale: che futuro vuole davvero Taranto? Uno costruito sulla paura di perdere il lavoro o uno costruito sulla libertà di immaginare un altro sviluppo? Entrambe le strade hanno un costo, ma una conduce alla vita, l’altra alla sopravvivenza senza speranza. Il futuro non è già scritto: serve una battaglia culturale, poetica, politica. Taranto può diventare ciò che sceglie di essere—se è capace di riappropriarsi della propria voce, della propria memoria e del proprio mare.

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