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In Puglia e Basilicata

Storia & Storie

Quel borgo lucano che lottò invano contro abbandono e rassegnazione

Quel borgo lucano che lottò invano

Il piccolo borgo di Taccone

Abbandono e rassegnazione a Taccone, nei pressi di Irsina in provincia di Matera, dove sono sono stati vani i tentativi di evitare lo spopolamento

17 Settembre 2022

Pier Giorgio Ardeni

Andando per le strade della Basilicata il paesaggio scorre per vasti tratti spogli, tra campi arati e colline nude e case sparse lungo le sponde di rilievi bassi, abbandonate e vuote. Arrivando dalla Puglia si entra presto in un mondo che pare nuovo, a un tempo dolce e scabro, così diverso dalle estese piane del foggiano o dalle aspre valli dell’Irpinia. Qui, nella calura agostana, la campagna che pure odora di un fragore fresco, florida di natura, si fa silenziosa, inabitata. Case appaiono, lungo distese che sembrano vastissime, scheletri di luoghi che ora sono fantasmi, eppure bellissimi nel loro morto permanere. Fermi nel tempo che si è fermato da quando l’abbandono, come una frana, è cominciato inarrestabile, fin dagli anni Cinquanta, lasciando derelitti resti di abitazioni e capannoni e scuole e chiese, come se una peste avesse di colpo spazzato via le genti tutte.
Come a Taccone, borgo di Irsina, in provincia di Matera, dove la gramigna ora cresce sui marciapiedi e i rampicanti salgono sui muri dalla calce scrostata, su abitazioni con le finestre semichiuse, spazzate solo dal vento, le serrande abbassate, tra auto abbandonate, porte divelte e vetri rotti. Taccone, uno dei borghi di quella riforma agraria che doveva portare lo sviluppo di un’agricoltura non più da fame.

Venne costruito negli anni Cinquanta, per fare da centro di aggregazione per gli agricoltori della zona, con abitazioni costruite dalla riforma. Ebbe un certo richiamo e non fu solo luogo di passaggio o «dormitorio», con tutte le caratteristiche di un piccolo centro urbano: una scuola, una stazione dei carabinieri, un ufficio postale, uno spaccio gestito dall’Ente Riforma, un silos, un centro di primo soccorso e anche una stazione ferroviaria. C’era pure una pista da ballo. Quando arrivò l’energia elettrica, nacquero una grande falegnameria ed una azienda di confezionamento. Inizialmente, il centro si popolò, ma poi ebbe la meglio l’emigrazione verso le industrie del Nord. Perché? Il borgo, in primo luogo, non aveva l’acqua, che veniva rifornita solo dalle autobotti. L’elettricità veniva prodotta da un gruppo elettrogeno e molti beni, anche di prima necessità come il pane, non arrivavano allo spaccio locale e dovevano essere reperiti nel paese più vicino, al quale si poteva andare solo coi mezzi pubblici. I contadini, che pure avevano avuto il loro pezzo di terra, si trovavano così a vivere in condizioni molto disagiate. L’acqua, poi, era necessaria soprattutto per le coltivazioni, e questo, alla fine, risultò il limite più grave. Solo molti anni dopo, con le dighe e la canalizzazione delle acque, si sarebbe potuto, forse, sostenere lo sviluppo agricolo, ma a quel tempo non ci si pensò.
Quando negli anni Settanta si ricominciò a «progettare» lo sviluppo, Taccone tornò al centro dell’attenzione degli amministratori in regione e a Roma, con il progetto speciale «piano di sviluppo della zona Bradanica». Il piano, legato all’entrata in funzione della diga del Basentello, di Acerenza e Genzano Lucano, doveva coprire un’area di 300 mila ettari e prevedeva di irrigarne almeno 50 mila. Il piano doveva rivitalizzare borghi come Taccone utilizzando le strutture già esistenti e facendo sorgere una rete di servizi sociali. L’ente gestore fu individuato nel Comprensorio tra comuni, un ente intermedio in grado di elaborare «piani di sviluppo zonale» e individuare le colture da praticare.

Nell’ottobre del 1977 prese vita una Costituente contadina, che doveva «riportare la vita nelle vie e nelle case lasciate dagli emigranti». Si tenne una manifestazione, con spettacoli, proiezioni di film e convegni, cui parteciparono giovani da tutta Italia, accampati nelle loro tende. Ci fu anche musica, con Giovanna Marini e altri musicisti e gruppi. Ma la politica andò avanti con i suoi tempi, il nuovo livello di programmazione – il Comprensorio – si rivelò inefficace e, nel mentre, la popolazione abbandonò definitivamente il territorio.

Quarant’anni dopo, nel 2017, i giovani agricoltori della Cia hanno rilanciato «la sfida alla rassegnazione» con un evento nazionale che ha visto protagonisti giovani imprenditori agricoli provenienti, oltre che dalla Basilicata, da molte regioni italiane per dimostrare che «con una visione moderna della ruralità c'è futuro per i giovani che vogliono lavorare la terra». Con pochi risultati.

Oggi a Taccone vi risiedono poche famiglie e il borgo è di fatto abbandonato. Quello sviluppo che non c’è stato è lì, assente, che riverbera dai relitti del paese fantasma. Fu una stagione breve, di promesse e di speranza, che si spense presto. Uno sviluppo mancato di cui è responsabile la politica nazionale, che aveva privilegiato l’industria del nord all’agricoltura del sud, che non aveva saputo rispondere alla «domanda di terra» (e acqua e mezzi e infrastrutture) che veniva dai contadini, lasciando che l’emigrazione prendesse piede massiccia. A Taccone come in tanti altri luoghi della Basilicata. Come a Montescaglioso, dove la riforma non ebbe il successo sperato, dove le terre migliori rimasero nelle mani degli antichi proprietari, dove le occupazioni degli anni Quaranta, spinte dal bisogno e dalla disperazione, portarono alla repressione e finanche alla morte, come quella di Giuseppe Novello. Non si formò una classe contadina proprietaria, non vi fu modo. E oggi, ancora, c’è chi tra i grandi proprietari terrieri regala ai figli, per il loro matrimonio, centinaia di ettari di terreni, da coltivare con poca manodopera assunta, un mondo che pare tornare lentamente nel passato da cui era emerso per una breve stagione.

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