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Il calvario di Moro nell’«Esterno notte» della Repubblica

Il calvario di Moro nell’«Esterno notte» della Repubblica

Il film di Bellocchio (prima parte) da oggi in sala

18 Maggio 2022

Michele Anselmi

Marco Bellocchio spiega nelle interviste di non cercare polemiche con il suo Esterno notte. Però aggiunge: «Poi vedremo… Un tempo si diceva che servono per far andare la gente al cinema». Temo che non sia più così, e tuttavia incuriosisce la vitalità di questo regista ottantaduenne, ancora tra i più giovani del panorama italiano, di sicuro l’unico, o quasi, capace di misurarsi con episodi cruciali della nostra storia recente. Fresco è il ricordo del suo Il traditore su Tommaso Buscetta; e oggi, dopo l’anteprima al festival di Cannes, arriva nelle sale italiane con Lucky Red la prima parte di questo lungo film prodotto da Lorenzo Mieli e dalla Rai: 2 ore e 45 minuti adesso, altrettanti, più o meno, il 9 giugno; poi, solo in autunno, Esterno notte passerà su Raiuno diviso in tre parti.

Vedremo nei prossimi giorni se qualcuno protesterà, Maria Fida Moro l’ha già fatto parlando di «accanimento da avvoltoi»; ma di sicuro questo torrenziale film va visto in relazione al precedente Buongiorno, notte, passato non proprio indenne alla Mostra veneziana del 2003, quando il presidente di giuria Mario Monicelli molto s’incavolò a causa di quel finale sorprendente.

Qualcuno ricorderà. Nel sogno di Anna Laura Braghetti, una delle Br che avevano progettato, attuato e gestito il sequestro, il presidente della Dc alla fine se ne andava libero da quel covo, con l’alba negli occhi. Qualcosa del genere accade ora con Esterno notte, almeno nell’incipit, sicché non rivelo nulla di particolare: tre grandi capi democristiani, Andreotti, Cossiga e Zaccagnini, camminano a passo spedito in un corridoio d’ospedale, in una stanza c’è Moro, un po’ affaticato dopo quei 55 giorni di reclusione, ma ancora vivo, anzi pronto a guardarli negli occhi per ribadire che si dimetterà da tutto.

Il tono della scena è realistico, benché «scandaloso» e spiazzante, e da lì prende le mosse questa corposa ricostruzione del caso Moro, dei giorni tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978. Fu «la notte della Repubblica», per dirla con Sergio Zavoli, e Bellocchio offre ora il suo contributo artistico, immagino sofferto considerando l’antica militanza nell’estrema sinistra, vedendo quel sequestro come una sorta di via crucis. Non a caso il manifesto porta in effigie lo scudo democristiano, definito, nel disegno, da una corona di spine e da una croce composta di rose.

Moro come un Cristo verso il Calvario, infatti una sequenza ad alto tasso simbolico mostra lo statista che cammina sopraffatto dal peso di una croce tra i templi dell’antica Roma (siamo a Cinecittà), seguito da una folla di muti capi democristiani mentre infuria il Dies Irae verdiano.

Diviso per capitoli, ciascuno annunciato da un numero, Esterno notte isola sei personaggi fondamentali, attorno ai quali far muovere l’affollato cast corale in un clima di fosco passaggio storico, tra pressioni americane, pastrocchi italiani, ipocrisie varie. Sono, nell’ordine: Aldo Moro, che torna anche nell’epilogo, Francesco Cossiga, papa Paolo VI, Adriana Faranda e Valerio Morucci, Eleonora Moro, rispettivamente incarnati, spesso molto bene, da Fabrizio Gifuni, Fausto Russo Alesi, Toni Servillo, Daniela Marra, Gabriel Montesi e Margherita Buy.

«Non perdono tutti ma non c’è odio per nessuno» ha premesso Bellocchio con una formula retorica che restituisce, almeno in parte, il suo punto di vista. Secondo il quale, pare di capire, Moro fu certo giustiziato dai brigatisti rossi, benché divisi al loro interno sul da farsi, e però la morte di quel democristiano ingombrante, fatto passare per «pazzo» per renderlo inattendibile, fu accettata come un male minore dal mondo politico italiano nel suo insieme.

Vero? Falso? E ancora: fu fermezza o solo intransigenza? I dilemmi non sono proprio nuovi, diciamolo, ma la robusta sceneggiatura firmata dal regista insieme a Stefano Bises, Davide Serino, Ludovica Rampoldi, con la consulenza del giornalista Giovanni Bianconi, maneggia la delicata materia largheggiando in digressioni e invenzioni creative; e forse stanno proprio lì le cose migliori, più fantasiose, anche sul piano dello stile.

Per dirne solo alcune: i «sogni» degli italiani restituiti dalle intercettazioni a tappeto, il tricolore attorcigliato sul balcone del Viminale, le confessioni dei «matti da slegare» quando le indagini sembrano portare fin dentro un manicomio, le visioni del «bipolare e ciclotimico» Cossiga, le baggianate di sensitivi e veggenti, il pontefice ormai infiacchito che «prova» a sostenere tre croci di diverso peso, in vista di una via crucis alla quale non parteciperà, prima di pronunciare il suo famoso messaggio rivolto agli «uomini delle Brigate rosse».

«Cosa c’è di folle nel non voler morire?» scandisce il dolente Moro quando sente avvicinarsi l’ombra concreta della morte, e certo Gifuni s’è immerso totalmente, sul piano fisico e vocale, in quel ruolo già sperimentato a teatro nello spettacolo Con il vostro irridente silenzio. Nel ritratto del politico pugliese di Maglie, morto troppo presto nell’imbarazzo generale, Bellocchio dà il meglio di sé: per la pietas con la quale nutre certi episodi familiari, anche per le sottolineature (autocritiche?) riservate al fanatismo stolido degli studenti universitari, alle farneticazioni ideologiche dei brigatisti, gasati dalla visione di film western come Il mucchio selvaggio, forse in cerca della «bella morte», alla faccia della Rivoluzione sempre rivendicata.

«Sulla vita e la morte di Moro giudicherà la Storia» sentiamo nel finale, che ribalta la sequenza d’apertura. E forse, se una critica di merito viene da fare a Bellocchio, riguarda il notevole schematismo col quale rievoca il cosiddetto «partito della fermezza», in particolare l’atteggiamento assunto dal Pci (quel Berlinguer ritratto così, ipocrita e distaccato, è davvero una carognata).

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