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Cultura

Il cuore urgente di Beppe Salvia nell’«argillosa» poesia lucana

Beppe Salvia

L’opera omnia dai versi potenti e puri dell’autore scomparso nell’85

16 Maggio 2022

Claudio Mezzina

Beppe Salvia aveva «il cuore urgente», come il «Giovanni telegrafista» di Enzo Jannacci. Salvia nasce a Potenza nel 1954 e lucano, argilloso, lo fu per l’intera sua esistenza, sempre sull’orlo, «alle soglie» direbbe Gozzano, di uno smottamento esistenziale ma eternamente riarso dalla bellezza. Due anni dopo la morte del padre in un incidente stradale, nel 1972, venne adottato con la sua famiglia da «mamma Roma». E lì, in quel «clima vibrante di philia», in quella capitale ch’è sempre stata prima di tutto un luogo dello spirito, fra i bagliori e i tumulti delle nuove idee, esplose con tutta la sua forza vitale e poetica. Gravitò dapprima attorno alla figura artistica di Pagliarani e partecipò ai suoi laboratori di poesia, pubblicò i suoi primi componimenti su «Nuovi Argomenti», vivacemente sostenuto da Dario Bellezza, collaborò, fin dal secondo numero, assiduamente alla rivista «Prato Pagano» fondata da Gabriella Sica e, nell’urgenza di dire veramente il mondo, ne fondò una tutta sua: «Braci», assieme a commilitoni eccellenti quali Scartaghiande, Damiani, Colasanti, Salvatori. Interno Poesia Editore, qualche tempo fa, ha rieditato, con curatela di Sabrina Stroppa, Cuore (pagg. 208, 12 euro): l’opera omnia di Salvia, restata in canna al poeta a causa della sua tragica e prematura morte, avvenuta sabato 6 aprile 1985, a Roma.

Il titolo, sostiene Scartaghiande, oltre che una provocazione esplicita nei riguardi della letteratura contemporanea, dalla sentimentale di De Amicis e Cassola alla prepotente e «vacua» Neoavanguardista e Postmoderna, è icastico e sinceramente esplicativo della poesia del potentino. Cuore è un titolo esicasta (di ricerca contemplativa della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato) e sta a significare «la preghiera del cuore». E c’è da credergli. Salvia, assieme agli amici, fra il ‘79 e l’84 si fa promotore di una resurrezione della parola poetica piena, di una ricerca di una lingua universale che sappia parlare agli antichi, ai contemporanei, ai posteri, di un significante che sia davvero significato, così da poter «riprendere contatto con il “cuore” del mondo». «La parola è Verbo in lui, nella sua poesia», svela il poeta e amico campano. «Salvia è la novità assoluta rispetto all’Ermetismo». È resistenza. È fuoco improvviso. «Tutto ci si poteva aspettare, a cavallo fra i ’70 e gli ’80, tranne che un raggio di Dolce Stilnovo», un endecasillabo «ipercinetico e spezzato», un «quasi sonetto», un verso tmesico ed estremamente luminoso, un balzo di arcaismi che non è maniera ma un tentativo effettuale di «risillabare il mondo».

La sua, le loro poesie dicono «della vita e della morte», descrivono con verità ogni «dolore o limite o sofferenza o gioia» dell’umano. E non puoi parlare del vero senza una parola vera, estrema.
La lirica di Salvia, in particolare, è poesia del silenzio. Lui dice senza dire, è un pianto senza lacrime e senza gemiti: «(Quanto fu lunga la mia malattia, / e tanto amara la mia vita in quella / fu stretta e spiegazzata come un cencio, / e io pallido e stanco come un mondo / intero dovessi sopportar tutto / su la mia schiena, faticavo tanto, / m’immaginavo mondi tutti assai / più lievi e volatili di questo mio, / che tanto m’affliggeva e tormentava, / e vaneggiavo di nascoste verità / e cieli quieti di pensieri chiari / ove più mio l’animo affranto potesse / dimorare, e non trovavo queste / cose che non esistono, e soffrivo)».

Questa lirica, proveniente dalla X sezione, eponima, di Cuore, appartiene già alla seconda fase di scrittura del poeta. La mancanza del punto non è un refuso di battitura bensì una scelta «lungamente studiata» per una poesia sconfinata. In questo suo nuovo momento, Salvia dismette la ricerca frenetica di un’imperfetta perfezione lirica, caratteristica della prima fase compositiva (quella di Lettere Musive, per intenderci), le sillabe e le parole si rischiarano ma, quasi consequenzialmente, aumenta lo strazio. Il dolore di una vita lontana dalla vita, insoddisfacente, sempre senza confine, e quand’anche l’avesse trovato, irrequieto l’aveva rifiutato per tornare alla funambolica non-professione della poesia, alla sua tanto amata condanna. Ma la sua lirica è anche luce. Salvia nomina e rinomina le cose: «Il più sciocco dei due ha scritto t’amo / l’altra gli ha dato un bacio, / guardiamo dietro i portici nel vento / sciogliersi i capelli / scrivere nei cuori piangere e far belli / i complimenti sciocchi».
È la realtà che si rivela al Sapiente nei suoi significati più reconditi, con una potenza celestiale.

In Salvia dimorano tutte le arti e questo perché in lui alberga l’arte del cuore. Beppe Salvia, dunque, poeta ingiustamente ancora a molti sconosciuto, è stato fra i più grandi del secondo ‘900. Personalità incredibile e inaspettata, ha saputo, per necessità, unire nella sua poesia cielo e terra, realtà fisica e metafisica con uno slancio che conferma la grande tradizione letteraria italiana di Dante, Petrarca, Cavalcanti, di Pascoli e dei Crepuscolari. È riuscito a correggere la poesia ermetica, migliorandola. È giunto a descrivere le cose nella loro anima. Leggendolo, sembra quasi che l’universo intero sia stato creato solo per essere osservato e catturato dai suoi occhi «di luce azzurrissima».

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