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PALCOSCENICO

Con Gifuni e Vendola va in scena il ritorno al Sud

Con Gifuni e Vendola  va in scena il ritorno al Sud

foto Donato Fasano

In teatro a Bari due monologhi «militanti»

01 Marzo 2022

Oscar Iarussi

BARI - Fabrizio Gifuni e Nichi Vendola di scena sabato e domenica scorsi nel rinato Piccinni di Bari (che gioiello!). Uno-due, teatro totale in campo. I due spettacoli da una parte sono declinazioni del «teatro di parola», lavorio inesausto sul senso della lingua come sangue vivo della comunità tra palco e platea, una tradizione cui tenevano moltissimo Strehler e Ronconi, in seguito rinverdita dalle narrazioni sceniche di Fo, Paolini, Baliani, Ovadia, Vacis etc. Dall’altra, sono monologhi fortemente impegnati, militanti, engagé – si sarebbe detto una volta. Danno del tu al presente rileggendo il passato, si appellano ai più giovani, riannodano come possono il filo spezzato dei tempi. Non a caso, entrambi i protagonisti hanno riservato un prologo, a sipario ancora chiuso, per spiegare, motivare le ragioni dei testi o ricordare la guerra in corso in Ucraina, «nel cuore dell’Europa», come ha detto Vendola. E se per Nichi il Piccinni era colmo soprattutto di spettatori della sua generazione, molti dei quali furono a vario titolo partecipi della «primavera pugliese» (come ha scritto ieri il collega Scagliarini su queste colonne), ad applaudire Gifuni v’erano non pochi ragazzi, classi delle scuole che timidamente riprendono le vie dei canti, della presenza dal vivo dopo due anni di grande gelo pandemico.

Fabrizio Gifuni, le cui radici familiari sono ben piantate a Lucera, è un attore immenso, la cui prestazione è stata quasi «atletica»: la parola si fa corpo vivo, la gestualità è misuratissima eppure esplosiva, la pacatezza diventa invettiva civile, etica, politica. La sua drammaturgia del memoriale e delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro - Con il vostro irridente silenzio, questo il titolo - è un testo da cui si esce ammirati e turbati. Lo spettacolo nasce nel 2018 in occasione del quarantennale dell’assassinio dello statista pugliese per mano delle Brigate rosse (9 maggio 1978), un reading voluto dal Salone di Libro di Torino diretto dal barese Nicola Lagioia. Ma presto si evolve, muta, diventa una specie di autobiografia nazionale attraverso le parole dolenti e furenti di un leader isolato e incompreso (o compreso sin troppo bene) in primis dai suoi colleghi di partito della Democrazia cristiana che si opposero a qualsivoglia trattativa con i terroristi. Con il vostro irridente silenzio si ferma quindi per due anni a causa del Covid e ora finalmente torna in tournée. Bari non era una tappa qualunque. Qui il salentino Moro studiò Giurisprudenza e insegnò Filosofia del Diritto per quasi vent’anni fino al 1963, qui fu giovane ufficiale dell’Esercito poi assegnato all’Aeronautica militare e antifascista non estraneo all’epopea di Radio Bari dopo il 1943, continuando in seguito a mantenere rapporti saldissimi e non solo elettorali con la città e la regione. Insomma, simbolicamente un «ritorno a casa». E Gifuni fa letteralmente «rivivere» Moro: ne ascoltiamo la voce, quella sua lingua tersa e perfetta, un italiano nobilissimo e oggi desueto, e la rabbiosa amarezza, sino al suggello dell’ultima lettera alla moglie Noretta poco prima del martirio: «Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

La citazione ritorna in Quanto resta della notte. Parole, versi e suoni in cerca di un giorno nuovo di Nichi Vendola, con le musiche di Populous, le immagini di Mario Amura (strepitose) e la collaborazione alla regia di Walter Malosti, spettacolo prodotto dalla «Fidelio» di Silvio Maselli e Daniele Basilio. Il testo vendoliano, che in parte sboccia dalla sua recente raccolta poetica Patrie (Il Saggiatore 2021), mette in fila e connette evocazioni e suggestioni lontane fra loro, da Vittorio Bodini a Rocco Scotellaro, da Albert Camus a Pier Paolo Pasolini (carissimo anche a Gifuni che gli dedicò uno spettacolo memorabile), a Merini, Szymborska, Yourcenar, Leopardi con «la social catena» de La Ginestra, fino al poeta operaio Tommaso Di Ciaula e al pensiero meridiano di Franco Cassano. Otto quadri o capitoli di un breviario laico in cui non mancano i ricordi famigliari, l’infanzia tra gli ulivi di Terlizzi o sugli scogli di Giovinazzo, le prime lotte per affermare l’identità omosessuale, i genitori, i fratelli (uno perduto due mesi fa) e la sorella, gli amici, i maestri, i compagni e il compagno di vita Eddy, il figlioletto che giusto domenica compiva sei anni. Ma anche le battaglie politiche come il G8 di Genova 2001 con le violenze nella scuola Diaz e la morte violenta del ventenne Carlo Giuliani.

Nichi disegna il suo pantheon e una «Spoon River» degli affetti scomparsi alla maniera di Edgar Lee Masters, prendendo le mosse dalla proverbiale domanda di Isaia nel Vecchio Testamento, reiterata come una preghiera, decostruita, rilanciata: «Sentinella, quanto resta della notte?». A tratti è oracolare, altrove dubbioso, sempre inquieto. Cammina lungo il confine tra «personale» e «politico» che spesso coincidono nella sua esperienza. Lo spettacolo, che ora andrà in tour, è infatti al contempo combattivo, idealistico e pacifista, e assai raccolto, intimo. Non tutto si tiene in scena come nella vita, ma in questa contraddizione c’è la «disperata vitalità» pasoliniana di Vendola: l’appartenenza e l’idiosincrasia rispetto alla realtà, un’antinomia raffinata dalla consuetudine letteraria. Con un approdo chiaro: la fine è il principio, è un ritorno al Sud.

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