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Mio nonno sulla nave affondata

Carlo Capobianco rintraccia la terribile storia del Galilea, nel 1942

Mio nonno sulla nave affondata

«L'affondamento del Galilea - Storia di una nave, dei suoi uomini e di un’inchiesta» è il libro di Carlo Capobianco (Youcanprint Editore), frutto di una lunga ricerca dell’autore, maresciallo dell’Esercito in pensione, nato a Triggiano nel 1956. Tutto è nato indagando sul nonno mai conosciuto, carabiniere di scorta ai prigionieri e dichiarato disperso. Pubblichiamo uno stralcio del racconto di questa pagina di storia, non solo familiare.

Il giorno 8 aprile del 1942, La Gazzetta del Mezzogiorno riportava in prima pagina il bollettino di guerra N°675. Al suo interno dopo numerose notizie di vittorie conseguite, appariva il riferimento anonimo alla nave del convoglio Piemonte silurata 11 giorni prima nel Mediterraneo. Il piroscafo Galilea, una delle più belle navi dell’Adriatica Società Anonima di Navigazione Venezia, requisita dal ministero delle Comunicazioni era salpato per l’ultima volta dal porto di Bari il giorno 11 marzo. Inserita in un convoglio si recava in Grecia con il compito di riportare in Patria alcuni reparti della Divisione Julia, per poterli impiegare successivamente sul Fronte russo. La nave partì da Patrasso alle ore 13.00 dopo aver imbarcato un intero reparto di alpini, militari di passaggio, 3 Ospedali da campo, 1 Sez. Sanità ed elementi di altri reparti.
Precedentemente, al Pireo furono imbarcati anche 28 prigionieri civili greci comprese 2 donne, 22 detenuti militari italiani e 7 detenuti ex militari italiani, tutti scortati da 80 carabinieri: il numero complessivo dei presenti a bordo era di 1355 persone compreso l’equipaggio, 855 più del dovuto. Le navi del convoglio, Viminale, Galilea, Piemonte, Crispi, Aventino e Italia, avevano caratteristiche simili soprattutto per la velocità dovendo viaggiare in convoglio. Essendo il convoglio importante sia per il numero dei passeggeri che per il valore delle navi, la scorta fu rinforzata. Il Capo scorta Città di Napoli era affiancato dai cacciatorpedinieri Sebenico, Castelfidardo, Mosto e Bassini. Il Sebenico proveniente da Brindisi raggiunse il convoglio alle ore 17.30, ricevendo le istruzioni di navigazione dal Bassini. Il S.Martino si sarebbe unito al convoglio durante la navigazione, dopo aver effettuato la ricerca antisommergibile per poi rientrare definitivamente ad Argostoli.
La scorta aerea composta da due caccia, al tramonto fece rientro alla base. Alle ore 22.50 circa mentre sulla nave gli appassionati erano intenti ad ascoltare la Traviata trasmessa da La Fenice di Venezia, in lat. 39° 03’N – long.20° 06’E a circa 9 miglia dall’isolotto di Antipaxo stava per consumarsi un’altra tragedia. Il sommergibile inglese Proteus lanciò 2 siluri di cui uno raggiunse a dritta la stiva n°2 del Galilea, scoperchiandola. Le condizioni meteo che alla partenza erano in peggioramento erano diventate proibitive. La nave sbandò subito a dritta per inclinarsi poco dopo sul fianco sinistro di 17°.
Le macchine erano comunque rimaste in moto e il Comandante cercò di fare rotta verso la terra ferma ma il timone non rispondeva. Il timone a mano pur essendo funzionante non venne usato, se lo fosse stato, avrebbe potuto causare probabilmente il cedimento delle paratie stagne per la pressione dell’acqua durante la navigazione; le macchine furono spente circa un quarto d’ora dopo lo scoppio del siluro. Il Comandante Emanuele Stagnaro era un esperto Ufficiale che aveva già subito un affondamento a bordo dell’Esperia. In quel frangente ci furono poche decine di vittime per la vicinanza alla costa, per le buone condizioni meteo e soprattutto perché avvenuto di giorno. Subito dopo lo scoppio si creò il caos a bordo, tutti si riversarono sul ponte delle scialuppe di salvataggio, nonostante alle scale d’accesso fossero state messe delle guardie armate.
Molti si gettarono subito in acqua quando ancora le macchine erano in moto finendo maciullati dalle eliche. Il I Ufficiale si recò sul ponte per disciplinare la messa in mare delle scialuppe, cercò di impedire che venissero ammainate prima che la nave fosse ferma, ma essendo stato minacciato si allontanò. Un carabiniere che cercava di mettere in mare una scialuppa fu preso a pugni da un marinaio e in seguito, gettato per terra dallo stesso perché con un’ascia cercava di tagliare le corde della lancia rimasta bloccata. Una lancia mentre veniva ammainata, per il peso dei militari che si lanciavano dentro dalla passeggiata del ponte sottostante, si ruppe in due metà ognuna appesa al proprio paranco, facendo precipitare in mare gli uomini che la occupavano. I soccorsi arrivarono in ritardo soprattutto perché le Basi più vicine non furono avvisate subito, il mare grosso e alcuni incidenti allungarono i tempi d’intervento. Intanto i naufraghi cercavano salvezza in acqua aggrappandosi a qualsiasi cosa galleggiasse pur avendo quasi tutti le cinture di salvataggio; il maggior numero morì per assideramento o per annegamento.
Il Comandante Stagnaro aveva dato per ben 2 volte il segnale di abbandono nave, ma molti militari soprattutto alpini non sapendo nuotare stentavano a gettarsi in acqua. Il carabiniere Giovannini Giuseppe si recò subito a liberare i prigionieri portandoli sul ponte, cosi come fece l’infermiere Busechian Bruno con i suoi 5 ammalati dell’infermeria. Le poche lance di salvataggio che riuscirono ad essere ammainate furono sbattute dalle onde contro la murata della nave rompendosi. Il Galilea dopo essere rimasto a galla per circa 5 ore, dando la possibilità a molti di salvarsi, alle ore 03.50 affondava portando con sé tutti quelli che non si erano gettati in acqua e quelli rinchiusi nelle stive dalla chiusura automatica delle porte stagne. Subito dopo l’esplosione il resto del convoglio si allontanò dal luogo dell’incidente per non esporre altre navi al rischio del possibile siluramento, tranne il Mosto che come da consegne ricevute doveva assistere in caso di incidente i naufraghi insieme al Castelfidardo che per un equivoco continuò il suo viaggio per Bari. Da una pagina del diario personale di un soccorritore abbiamo l’idea della tragedia: “La vista spaziava su una distesa di cadaveri galleggianti sparsi o a gruppi, producendo uno spettacolo macabro, indimenticabile e terrificante; un vero carnaio alla deriva, stringe il cuore e lo stomaco sconvolgendo tutti”.
Le operazioni di salvataggio del Mosto furono eccezionali per l’instancabile volontà del Comandante e del suo equipaggio, che si prodigarono manovrando la torpediniera per ogni naufrago che bisognava recuperare. In seguito il Comandante Gerolamo Delfino fu insignito di medaglia di bronzo al V.M. I 280 superstiti furono accompagnati a Prevesa dove nei giorni seguenti furono interrogati. L’incarico per condurre l’inchiesta fu affidato all’Ammiraglio di squadra Antonio Pasetti. Oltre a vari documenti furono considerate soprattutto le relazioni rilasciate dai superstiti e le comunicazioni effettuate tra le varie unità e i Comandi interessati. Dopo circa due mesi, il Pasetti accertò che il Castelfidardo per un equivoco non si fermò a prestare soccorso e le unità di scorta non conoscevano chi fosse il Capo scorta, anche in virtù del comportamento del Sebenico che avendo preso autonomamente iniziative che non gli competevano, come usare la radio per contattare le altre unità della scorta e ordinare il lancio di bombe di profondità, aveva fatto credere di possedere il comando.
Le altre mancanze furono alcune comunicazioni non effettuate e soprattutto la mancata valutazione del Capo scorta che avrebbe dovuto fermarsi con la sua unità, più grande e attrezzata per soccorrere i naufraghi al posto del Castelfidardo che comunque non si fermò. Il 2 luglio a firma del Capo di Stato Maggiore della Marina Amm. Arturo Riccardi, sminuendo le responsabilità di tutti, scaturì il provvedimento disciplinare di “Rimprovero” per il solo Comandante del Città di Napoli, il quale presentò in seguito ricorso. Le dichiarazioni dei superstiti evidenziano aspetti discordanti che contrastano con la relazione ufficiale. Il I Ufficiale Schivitz oltre alla dichiarazione depositata a Prevesa subito dopo il salvataggio, ne deposita una seconda con firma autografa presso la Società Adriatica in cui aggiunge alcuni particolari importanti. In uno di questi l’Ufficiale ribadisce che se sul posto si fosse trovata una nave che avesse calato le sue lance, avrebbe potuto fare un servizio di spola tra essa ed il Galilea, permettendo il recupero di un buon migliaio di persone: chiaramente il riferimento era per il Città di Napoli. Il numero delle perdite fu alla fine di 1075 tra morti e dispersi in massima parte friulani, ma non si fa fatica a riconoscere tra i cognomi dell’elenco quelli pugliesi, quasi tutti dell’equipaggio, essendo Bari porto d’armamento della Società Adriatica. Molte salme saranno ripescati in mare o trascinati dalle correnti sulle coste da S.Maria di Leuca a quelle dei Balcani. Al riguardo Piero Parini Commissario per gli Affari civili delle isole Jonie, il 15 maggio 1942 chiedeva al ministero degli Affari Esteri a Roma un contributo economico.
La somma serviva per poter fare dei lavori di consolidamento, nella zona di ampliamento del vecchio cimitero di guerra dove hanno trovato posto le 294 salme, ritrovate sulle spiagge di Corfù e delle isolette vicine, quasi tutte non identificabili per la mancanza di segni di riconoscimento e per le mutilazioni inflitte dai pescecani. A partire dal febbraio del 1953, in varie date, i resti dei caduti dei cimiteri di guerra furono riportati in Patria nel Sacrario Militare dei Caduti d’Oltremare di Bari, dove molti di loro tuttora riposano.

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