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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Michele Mirabella

Onusto di benemerenze per la sua attività di divulgazione e approfondimento in materia medico-sanitaria (che gli ha meritato per altro lo scorso anno una laurea ad honorem in medicina dall’Università di Bari) certo Michele Mirabella non dimentica né trascura quel nocciolo duro della sua formazione e della sua continuativa attività artistico-professionale, che ha un nome solo: teatro.

Se permette parliamo di teatro, doctor et magister Mirabella. Come se la passa il paziente? Quale l’anamnesi, quali le terapie, quali le possibilità di guarigione, anzi di sopravvivenza?

«L’unico vaccino per il teatro, l’unico farmaco è il teatro stesso. Non ci sono scorciatoie, né escamotages o sotterfugi che tengano, tipo le rappresentazioni in streaming, le esibizioni su facebook e le altre pur lodevoli attività “da remoto” che molti attori, cantanti, danzatori, ecc. stanno proponendo in questo periodo sui social e sul web. Fatto sta che l’essenza del teatro è il suo essere una “comunità” attiva e presente, dove il pubblico non è un’entità astratta e separata, ma è parte essenziale del rito teatrale, che è fatto sì di parole, musiche, visioni, ma anche di corpi e respiri e vibrazioni che hanno la caratteristica di essere “reali” nello stesso spazio, nello stesso tempo. Tutto il resto è televisione, al meglio è cinema o teatro registrato, roba rispettabilissima e nobilissima ma altra cosa dal teatro».

Si parla, per la ripresa delle attività dal vivo, di un abbondante distanziamento degli spettatori, anche di una rarefazione delle presenze sul palcoscenico. Che ne pensa?

«Ho dubbi e perplessità, so di non sapere. Fatto è, ripeto, che il pubblico in sala non è un semplice “ornamento” ininfluente rispetto alla rappresentazione, ne fa parte integralmente. Non so come reagirebbero gli artisti in scena davanti allo squallore di una platea “a scacchiera”, con un senso terribile di isolamento e di “separatezza”. E poi, con quali incassi? E poi, il pubblico ci starebbe, a queste condizioni, fra rischi, terrori veri o indotti, mascherine e disinfettanti vari?».

Cosa potrebbero o dovrebbero fare le autorità preposte, di fronte al “grido di dolore che tanta parte del teatro” si leva verso di loro?

«Esistevano una volta nel “teatro all’antica italiana” (titolo del celebre libro di Sergio Tofano) le Beneficiate, recite il cui incasso andava in toto agli attori, o a un solo attore. Ecco, il Ministero dovrebbe corrispondere, in questa stagione di Quaresima per il teatro italiano, delle somme di rimborso, di risarcimento per i mancati introiti. A tutte le compagnie professionali, a tutte le categorie dello spettacolo, attori, musicisti, cantanti, tecnici e operatori vari. In questa enorme “carestia” di lavoro e di denari, i lavoratori dello spettacolo sono i più danneggiati, i più sfortunati. Non è giusto».

Per stare alla nativa Puglia, cosa si può fare in Puglia per attutire i danni, per promuovere iniziative di sostegno e di rilancio?

«Mai come ora la Puglia sconta in negativo la mancanza di una struttura autonoma e autorevole di produzione, chiamasi essa Teatro Nazionale o Stabile che sia. Nel caso avrebbe potuto (almeno a un nucleo stabilizzato, artistico e tecnico-operativo) elargire la “cassa integrazione” o chiederla. E va beh, è andata così, anche se gli enti locali (dalla Regione ai Comuni, vedi quello di Bari) sarebbero ancora in tempo, sia pure per i prossimi tempi. Al momento, nell’immediato futuro, forse si dovrebbero riunire le forze (culturali, teatrali, nonché finanziarie) per una “stagione di risarcimento” rispetto alla Quaresima in corso, risarcimento per tutto lo “spettacolo perduto”, a favore della gente di teatro e del pubblico che deve riabituarsi a quel rito collettivo che è il teatro, sia pure nei modi e misure che pure si dovranno adottare. Penso per esempio a un decina di compagnie (in Italia, in Puglia, ovunque) che mettano in scena grandi classici, da mandare in giro nei teatri aperti, al limite da registrare e mandare in onda-video (maledizione, sì!), o perché no? una specie di “telefono-teatro” con brani di teatro o grande poesia recitati e registrati da attori e che la gente chiama “on demand”: cinque minuti di quella vecchia voce amica che resta il teatro».

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