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Calcio, Perrone felice: «Bari, finalmente»

Calcio, Perrone felice: «Bari, finalmente»

Carlo Perrone

«Con Polito e Mignani la tifoseria è in buone mani. Ora viene il bello. E il difficile»

13 Giugno 2022

Antonello Raimondo

BARI - Carletto Perrone rappresenta molto più di un ex calciatore rimasto nel cuore dei tifosi del Bari. È stato capace di fare molto di più. Anche di prendersi gioco del tempo. Trentadue anni fa, nello sbiadito 1990, l’ultima apparizione con la maglia biancorossa. Sembra ieri, però. E tutto tranne che un banale ricordo.
Settantuno presenze in tre stagioni, tra tanti sorrisi e anche qualche boccone amarissimo (il ginocchio che fa crac sul più bello). A Perrone è bastato per diventare un barese d’adozione. Chi ha più di quarant’anni sa di cosa stiamo parlando. Sa bene chi è Carletto e cosa era capace di combinare in campo. Ragazzo d’oro, tra l’altro. Non un particolare trascurabile, anzi. L’uomo serio, il professionista a tutto tondo prim’ancora che il calciatore di talento. I suoi dribbling e la sua velocità, in quel Bari sulla sua fascia era uno spettacolo della natura. Pensate un po’, in campo con quell’altro fenomeno della natura che risponde al nome di Pietro Maiellaro. Ci si trattava bene a quei tempi. E Bari godeva, col petto in fuori.

Perrone, ben ritrovato. Stavolta le tocca commentare una stagione di successo.
«E ne sono felicissimo. I baresi sanno quanto tenga a loro e quanto il mio cuore sia rimasto legato a quella maglia. Chi conosce il calcio non potrà mai sottovalutare una vittoria del campionato di serie C».
Ora, però, viene il bello. E, forse, anche il difficile.
«Una cosa alla volta. Quando il Bari ha dovuto fare i conti con il fallimento si era detto che la priorità sarebbe stata quella di tornare nel più breve tempo possibile nel calcio che conta. Alla famiglia De Laurentiis va dato atto di questo. Poi non sono stupido e conosco bene l’ambizione della piazza».
Forse sarebbe un errore voler puntare subito alla serie A. O no?
«Chiariamo una cosa. Quando ti chiami Bari non puoi programmare una stagione di transizione o avere la salvezza come obiettivo. Serve realismo, certo».
E quindi?
«La rosa ha dei valori ma va adeguatamente rinforzata. Senza necessariamente fare follie. Sono certo che il diesse Polito costruirà un gruppo che sappia essere competitivo. A patto che la serie A non diventi un’ossessione. Serve tempo per costruire qualcosa di credibile. Ma questo non vuol dire che il Bari non possa essere subito ambizioso. E poi guai ad avere fretta. Lo dico, con affetto, ai tifosi. Significherebbe non aver imparato dalle sciagure recenti. Per scrivere pagine di storia serve un club in salute».
Polito tra mercato e gestione del gruppo. Mignani in campo, uomo di grande sostanza. Il Bari ha trovato un tandem di successo.
«I risultati non mentono mai. E, come dicevo prima, vincere non mai banale. Specie quando lo si fa in città importanti come Bari. Lì da voi c’è un entusiasmo coinvolgente ma quando giochi in serie C e anche in B al tifoso interessa soprattutto festeggiare a fine stagione».
De Laurentiis ha deciso: si riparte da Polito e Mignani.
«Parliamo di una famiglia che sa fare calcio, fatti alla mano. Sarebbe stata una follie non confermare due professionisti che hanno fatto così bene. Il Bari è in buone mani».
Eppure così diversi...
«Non li conosco personalmente. Apprezzo particolarmente Mignani. E il suo modo di porsi. Lo senti parlare e capisci che non crede di aver inventato il calcio. Fa parte di quel ristretto numero di allenatori che ammette come per vincere servano i calciatori forti. Ecco, io amo Ancelotti. E, quindi, non posso non apprezzare uno come Mignani. Sto lontano, invece, dai piagnoni. E da quelli che pensano di fare la differenza più di chi va in campo. Vuole un esempio concreto?».

Prego.
«Il Bari di Salvemini ha vinto, quello di Catuzzi no. Vogliamo discutere Catuzzi? Sarebbe una bestemmia. Salvemini aveva una squadra più forte e ha portato a casa il risultato massimo. Con i calciatori che facevano la voce grossa».
Cosa serve al Bari per vivere una stagione da protagonista?
«È vero, tra la C e la B ci sono differenze sostanziali. Ma io eviterei rivoluzioni. Quando domini un campionato come ha fatto il Bari sta a significare che ci sono valori importanti. Sono convinto che con quattro uomini di assoluto livello il Bari possa divertirsi anche in B».
La mossa da non sbagliare.
«L’esperienza mi dice l’attaccante. Per essere in alto non puoi fare a meno di un attaccante vero. E so anche come si fa a sceglierlo: è sufficiente guardare gli almanacchi. Sulle punte non tradiscono mai».
Mix tra gioventù ed esperienza. Giusto?
«Io distinguo tra calciatori bravi e meno bravi. L’età è relativa. Certo, se penso a ciò che Ibrahimovic ha rappresentato per il Milan, anche e soprattutto nello spogliatoio, ricordo a me stesso che la personalità è un valore importante. Che ha il potere di far crescere chi ti sta accanto. Prendiamo il caso Pioli. Tutti l’avevano bollato come un asino. Poi è cambiato tutto. Pioli, appunto. Un altro alla Ancelotti. Il calcio ha bisogno di questi personaggi».
Chi l’ha impressionata del Bari che vinto la C?
«Ero in Portogallo ad allenare e non ho potuto seguirlo molto. Conosco Scavone, siamo stati insieme a Novara quando ero nello staff di Tesser. Bravo ragazzo, bravo calciatore. Mi pare si sia ripreso bene».

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