Domenica 26 Maggio 2019 | 23:11

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Non è necessario consultare il prontuario delle frasi convenzionali per catalogare la decisione del direttivo della Lega di serie B - ieri sbugiardato dal presidente della Figc, Gravina - di cambiare le regole del gioco in corso d’opera. La vicenda che coinvolge il Foggia calcio, retrocesso due volte in serie C nel giro di 48 ore, provoca sensazioni tra il comico ed il rabbioso, ma è la conferma che la disseminazione di episodi “monomarca” alla fine provoca la congiuntura che si voleva da tempo. Bisognerebbe indagare tra reale e irreale per inquadrare una decisione assunta da un gruppo di potere in un interno (il Consiglio della Lega), con un palese conflitto di interesse, degno dei colpi di stato delle repubbliche delle “banane”.

La conferma, se vogliamo, di una governance del calcio in decomposizione più che decadente e che dovrebbe preoccupare non solo i tifosi del Foggia ma gli sportivi più in generale, perché quanto accaduto ai rossoneri - ma di fatto anche al Palermo - è qualcosa che va oltre l’interpretazione incompetente, una vittoria della sopravvivenza come nei tempi di guerra, quando la vita è sospesa insieme alle regole che diventano forme dinamizzate, più elastiche, ma solo per gli “amici degli amici”. Ed è quello che è accaduto in danno di un club, il Foggia, già sofferente per i suoi problemi - non solo calcistici - ed ora costretto a fare i conti contro questo eccesso di esibizione di forza, una ferita aperta nella sua legittimazione etica che dovrebbe avere uno spazio, piccolo o grande che sia, in chi pratica sport (dirigenti, tecnici, tesserati, tifosi). Per questo motivo quella decisione - contestata in maniera vibrata - va bonificata in tempi brevi, perché si tratta di una deprivazione primaria inferta allo sport più che agli interessi di questa o quella squadra, ovvero competere con regole del gioco chiare e trasparenti fissate all’inizio di una competizione.


In questo caso, invece, le regole sono soltanto un effetto prospettico, un inganno dell’occhio, un raggiro delle passioni, la sublimazione della falsità.
Così nello scontro tra illusione e realtà, il Foggia si ritrova in mezzo, quasi a voler ironizzare con il proprio tempo, che sportivamente parlando ti spedisce in C poi ti crea una possibilità di rivincita e infine ti tomba ancora vivo, mentre riprendi fiato e conoscenza. Ecco perché quella decisione è un imbroglio che va smascherato: Palermo in C (in attesa del ricorso) e tutte le altre società beneficiate da questa caduta dei siciliani tranne una, il Foggia appunto, che ci finisce in C per diritto acquisito deciso da chi corrompe lo spazio sportivo in un clima di mediocrità anche umana, perché gli interessi sono una cosa ed il rispetto delle regole altro. E chi aveva interessi - in palese conflitto, va ri-sottolineato - è chi ha deciso in favore di Salernitana, Perugia, Pescara che ottengono quello che è stato invece negato al Foggia. Le conseguenze assunte da questi sventurati ed avventurieri non sono inintenzionali ed è per questo motivo che non bisogna di certo andare a pescare decisioni in modo acrobatico per tornare ad avere un equilibrio e un minimo di credibilità. Tocca alla Federcalcio riprendere in mano la situazione e attraverso un gesto concreto dare una risposta ad una richiesta collettiva, ma anche per cogliere la palla al balzo e cominciare a curare i mali antichi che da sempre mortificano le “governance” - leggi leghe - del pallone. Una zona grigia caratterizzata da due morali che giganteggiano nella società dell’apparenza, ma solo perché qualcuno continua a credere che sia il canto del gallo a far sorgere il sole.

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