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«Ci perdoni professor Pepe, per non essere stati capaci in tutti questi anni di salvaguardare quel bene che ha voluto donarci. Ma soprattutto ci perdoni, professore, per non aver ancora saputo rispettare le sue ultime volontà testamentarie».

A scriverlo l'Associazione culturale «L'Isola che non c'è» di Latiano, che nei giorni scorsi sulla propria pagina Facebook ha pubblicato le foto di un antico palazzo che il suo proprietario, il professore Pepe, appunto, volle donare prima della sua morte alla sua città natale. Un gesto di amore e di generosità che finora non è stato ricambiato nei confronti di chi ha voluto donare quel manufatto, nascosto nel centro del paese e abbandonato da anni. Da quando cioè (nel 1965) l'ultimo erede della famiglia Pepe, Antonio Francesco l’ha voluto donare al Comune di Latiano (che lo ha acquisito nel marzo del 2015). Diventando così, di “proprietà” del Comune e dunque di tutti i latianesi.

A scoprirlo nei giorni scorsi l'Associazione culturale «L'Isola che non c'è» che ha portato all’attenzione dei cittadini questo prezioso e antico monumento della storia locale. «L’ultima foto che si ricorda di questo palazzo - si legge in una nota dell'Associazione - ritraeva un’anziana signora affittuaria, che seduta davanti ad uno dei locali al piano terra di via De Virgilis, vendeva manufatti in ceramica. Poi più nulla. Per anni quell'immobile ad angolo tra via De Virgilis e via Angelo Ribezzi è stato dimenticato. Poi il trasferimento del bene, dopo una lunga causa legale, all'ente pubblico, già nel 2015. Da allora il Comune, che ne ha acquisto la proprietà, utilizza alcuni locali al piano terra come deposito, un altro per ospitare una Associazione dei Marinai d'Italia, un altro ancora per una attività commerciale».

Ma cosa nasconde quel palazzo di inizio ‘800? La scoperta è stata fatta e condivisa sulla pagina Facebook dell'Associazione. Un viaggio nella storia del paese, «ma anche e soprattutto - si legge nel comunicato - la dimostrazione tangibile di come forse si sarebbe dovuto meglio valorizzare quel patrimonio».

La visita all'interno del palazzo è avvenuta alla presenza del responsabile dell’Ufficio economato e Tributi e di uno dei massimi studiosi di storia locale, il prof. Salvatore Settembrini. Al di là dell'abbandono e della incuria, quello che più è saltato agli occhi, è stata la bellezza del salone della casa, un locale di circa 150 metri con colonne laterali che sorreggono il soffitto decorato da uno dei più importanti artisti di quel tempo: Salvatore Murra (1947) uno degli allievi più capaci del maestro Agesilao Flora a cui si deve la bellissima sala del castello degli Imperiali.

Un palazzo di circa 500 metri, ai quali va aggiunto il piano superiore coperto in parte da un tetto a due falde per la protezione del salone con il “cannicciato”, un tempo ricoperto con tegole in terracotta, oggi sostitute con lastre di onduline di eternit. Il sottotetto è retto da travi e canne con delle mensole di pietra raffiguranti dei mascheroni.

«La condizione precaria in cui versa l’intero stabile abbandonato - dice l'Associazione - richiederebbe un’urgente manutenzione. Almeno una pulizia degli spazi esterni e soprattutto un intervento agli infissi che rischiano di cadere sulla strada sottostante».

A questo proposito il giorno dopo la visita, l'impiegato del Comune ha inviato una relazione tecnica al sindaco e agli uffici comunali competenti, chiedendo un intervento di bonifica della struttura. «L'Associazione - ha spiegato il presidente Tiziano Fattizzo - da parte sua, ha già investito la Soprintendenza per i beni Culturali per sollecitare un eventuale sopralluogo che, può avvenire solo dopo una richiesta formale da parte del Comune con cui si chiede di ottenere la certificazione di bene storico e dunque accedere a finanziamenti pubblici».

«Prima di ogni altra azione - conclude Fattizzo - bisogna intervenire immediatamente con una semplice disinfestazione dei luoghi e con una bonifica dall'amianto. Ridando dignità ad una delle testimonianze del nostro passato e nel rispetto di chi ha donato quell’immobile (“che non può essere alienato”, così come riporta il testamento) alla intera comunità.

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