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Fotoreportage realizzato dagli studenti di architettura nelle città di «Firenze, Matera, Lecce» di Oronzo Brunetti di Brindisi

Un diario fotografico nel Sud degli Anni ‘50

NICOLA SIGNORILE

Se il movimento studentesco non avesse occupato l’università, nel 1990, forse si sarebbero perdute per sempre le immagini che testimoniano un viaggio nel Sud, tra la Lucania e la Puglia, vissuto alla metà degli anni Cinquanta da un gruppo di allievi e giovani ricercatori. Il documento è di grande valore perché racconta a distanza ravvicinata quel che accadeva nel paesaggio dei Sassi, dei Trulli e del Barocco proprio mentre l’urbanistica si gettava sul corpo vivo di un Sud arretrato. La grande operazione lanciata da Adriano Olivetti su Matera risale al 1950, appena due anni dopo la perentoria accusa di «vergogna nazionale» pronunciata da Palmiro Togliatti. Nel 1952 si approva la legge per il risanamento dei Sassi e nel 1954 Luigi Piccinato consegna il suo Piano regolatore generale. Con questi precedenti Francesco Rodolico, professore di Mineralogia e Geologia nell’ateneo fiorentino, organizza il viaggio didattico dal quale nascerà una mostra fotografica. Poi quelle immagini in bianco e nero finiranno impacchettate e dimenticate per 35 anni. Ricompaiono oggi, nel volume di Oronzo Brunetti intitolato Firenze Matera Lecce. Diario fotografico 1955 pubblicato delle Edizioni Giannatelli (pagg. 110, euro 17,00), appena in tempo per l’apertura dell’anno di Matera capitale europea della cultura.

«Era il 1990 – racconta Brunetti – quando la Pantera aggirandosi negli scantinati misteriosi di via Micheli a Firenze, sede di architettura, intercettò una cartella grigia: “Foto gita in Puglia 1955”; sembrò un reperto archeologico agli occhi dei ventenni che occupavano la facoltà. (…) Fu organizzata una mostra, la seconda per quelle foto già esposte nel 1955; poi la Pantera tornò fra le savane, la vita universitaria riprese la sua normalità e la cartella passò in biblioteca».

Oronzo Brunetti, brindisino, oggi insegna Storia dell’Architettura all’Università di Parma, ma allora, nell’anno della Pantera, era proprio lì a Firenze, sul luogo del «ritrovamento», con la fortuna di scoprire che nella pattuglia dei giovani raccolti da Rodolico c’era chi avrebbe lasciato il segno nell’architettura italiana, come Bruno Sacchi. L’insegnamento di Rodolico ha una decisa impronta umanistica e i suoi studenti maneggiano altrettanto bene macchina fotografica e antropologia. Gli scatti testimoniano una continua tensione tra l’eredità del pittorialismo e la novità dell’inchiesta sociale. Negli occhi, gli studenti hanno senz’altro l’indagine fotografica commissionata a Henri Cartier Bresson nel 1951 e il lavoro della fotogiornalista americana Marjory Collins (con i testi di Cesare Musatti). Eppure la visione materana in questa gita di studio non si comprende se non come parte di un itinerario che attraversa la Daunia , scende per la Murgia, si affaccia nel romanico di Bari e di Trani (con il campanile della cattedrale smontato in ogni concio per un ardito restauro) e poi, attraverso le forme dell’abitare contadino della Valle d’Itria, raggiunge lo stupore dell’architettura nobile leccese che - per chi si formava nell’atmosfera fiorentina così ostile al barocco, per tradizione - si rivela una vera sorpresa. Un viaggio nella pietra arcaica per architetti ancora ignari tuttavia delle ricerche che un sociologo americano, Edward C. Banfield, va conducendo propri in quegli anni fra i monti lucani e che scandalizzeranno tutti alla pubblicazione del libro Le basi morali di una società arretrata.

È il borgo nuovo La Martella la risposta all’americano? Le immagini di Milia e di Piemontese ci restituiscono un paesaggio dominato dalla chiesa di Quaroni, ma tristemente disabitato. Un presagio – ci sembra di poter dire oggi – di quell’«invecchiamento dell’architettura moderna» che Giovanni Klaus Koenig avrebbe teorizzato solo qualche anno dopo. E anche Koenig fa parte della pattuglia fiorentina di giovani in gita. Si lascia avvolgere dalla vertigine del tufo scolpito nella basilica di Santa Croce, a Lecce, e intanto analizza il confine evanescente tra roccia e muro nel Sasso Caveoso a Matera e scopre la centralità, in quella scena, di un carro trainato dall’asino e dei panni stesi al sole. Di nuovo il punto di vista insieme etnologico e civile suggerito da Rodolico, quella curiosità verso le forme del sopravvivere arcaico che avrebbe poi portato alla fine degli anni Settanta – e proprio a Firenze - alla svolta nella direzione dell’arte povera di Superstudio (punta avanzata dell’architettura radicale), di Adolfo Natalini e del suo corso universitario. Agli studenti e ai giovani ricercatori non si chiederà più di fotografare le pietre abitate nel Sud, ma di ridisegnare gli utensili della vita quotidiana di quegli abitanti - dalle sedie impagliate ai cesti intrecciati – per un catalogo della «Cultura Materiale Extraurbana». È il tempo del disincanto e tuttavia i presupposti della architettura della contestazione stanno senza dubbio in quella “gita” del ’55 «fra città e campagne arcaiche; un universo - nota Oronzo Brunetti, nella sua preziosa ricostruzione critica dell’episodio - resistente alla modernità».

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