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Andriese ustionato
durante l'intervento
muore dopo un mese

Andriese ustionato  durante l'intervento  muore dopo un mese

di Paolo Pinnelli

BARLETTA - Il viaggio della speranza da Andria a Pagani per curare un tumore al fegato si è trasformato in tragedia per Domenico Zefferino, andriese di 65 anni. Il suo ricovero all’ospedale «Andrea Tortora» di Pagani, centro ritenuto ad alta specializzazione con cure all’avanguardia, si è rivelato fatale: un corto circuito al macchinario per l’elettrochemioterapia gli ha causato ustioni sul 10% del corpo. L’uomo, che lascia moglie e tre figli, è morto dopo un mese di sofferenze dovute al male, ma anche alle ustioni che aveva sul corpo.

L’autopsia, che è stata effettuata ieri mattina dal medico legale Giovanni Zotti, disposta dal sostituto procuratore Roberto Lenza della procura di Nocera Inferiore, a chiarire le cause della morte, mentre sono stati iscritti nel registro degli indagati della procura campana, con l’accusa di omicidio colposo sei persone, tre medici e tre infermieri del «Tortora»: l’équipe del primario Aurelio Nasto.

Sono loro che il 3 agosto scorso effettuarono l’intervento di chirurgia chemioterapica sul paziente. Secondo la denuncia di uno dei figli dell’uomo, presentata ai carabinieri della tenenza di Pagani e alla procura di Nocera, suo padre Domenico, su consiglio di un noto oncologo pugliese, aveva deciso di ricoverarsi a Pagani – al Tortora – per curare un cancro al fegato.

Il 65enne arriva a Pagani nel reparto di chirurgia a metà luglio, e il 3 agosto gli viene praticata una seduta di chirurgia elettrochemioterapica, applicandogli a livello locale brevi impulsi elettrici, seguiti dall’iniezione di farmaci antitumorali che colpiscono direttamente le cellule tumorali. Ma sono stati proprio gli impulsi elettrici, e il disinfettante utilizzato nel corso dell’intervento, a causare l’incendio della parte destra del corpo dell’uomo.

Il dramma nel dramma. Secondo la denuncia, il paziente è stato lasciato solo nella stanza di terapia post operatoria attaccato al macchinario. È bastata una scintilla, un accelerante come il disinfettante e Domenico Zefferino ha preso fuoco. Quando infermieri e medici si sono accorti di quello che stava accadendo hanno utilizzato un estintore per spegnere le fiamme.

L’intervento chirurgico – hanno poi riferito i familiari – era andato bene, ma la terapia successiva ed il collegamento al macchinario è stato funesto. Per un mese, il 65enne oltre che essere curato per la grave patologia ha dovuto lottare con le gravi ustioni che lo avevano colpito sulla parte destra del corpo, sul collo, sulla schiena. Ustioni di primo e secondo grado. Poi la morte, il 2 settembre.

La denuncia ha portato al sequestro delle cartelle cliniche, ma anche del macchinario che l’ospedale ha continuato a utilizzare. Il magistrato ha disposto l’acquisizione della scheda tecnica e di manutenzione della macchina.

Secondo i medici l’incendio sarebbe stato causato dal contatto tra gli aghi e l’elettrobisturi usato durante l’estrazione. Bisognerà chiarire se le ustioni sono state determinanti nel decesso e se l’incendio è stato causato da una manovra errata di medici e infermieri o dal cattivo funzionamento del macchinario per la cura dei tumori.

I risultati dell’autopsia, che saranno resi noti entro 90 giorni, dovrebbero chiarire i contorni di una tragedia che potrebbe anche avere solo i connotati di un caso di malasanità.

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