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Stagione conclusa | Con un po' d'amaro in bocca

La New Basket Brindisi
sarà per il sesto anno in A

È il risultato finale di una stagione vissuta fra tanti alti e bassi

Nessun processo: tutti, ognuno per le proprie competenze, hanno fatto sì che il giocattolo basket continuasse la sua corsa

I tifosi brindisini costituiscono un gruppo che regala entusiasmo; è unico, non se ne può fare a meno, eccezionali (foto V. Tasco)

I tifosi brindisini costituiscono un gruppo che regala entusiasmo; è unico, non se ne può fare a meno, eccezionali (foto V. Tasco)

di Franco De Simone

Il «ventello» (86-65) rimediato al «Taliercio» di Mestre-Venezia, è solo l’ultima delle ferite inferte, per cause diverse (leggi: infortuni e arbitri, ma anche senza alcuna scusante, come a Trento), nel corso della stagione già mandata in archivio da Brindisi.

Per certi versi, quest’ultima «botta» era stata messa in preventivo, nello stesso istante in cui Brindisi aveva battuto, sette giorni prima, Capo d’Orlando, al termine di una prova non del tutto convincente, ma che, allo stesso tempo, aveva aperto le porte alla speranza. Poi andata perduta. Contro Venezia, il «carico» alla sconfitta, lo ha messo l’ennesimo infortunio, quello di Nic Moore, finito in ospedale, per il colpo assestato da Esteban Batista (208 cm., per 122 kg.). Non vuole essere un alibi. Si sapeva che il quintetto orogranata (visto a Sassari quattro giorni prima) era in salute; con altrettanta certezza era risaputo che non avrebbe mai fatto sventolare, su nessuno dei suoi ponti, bandiera bianca.

Brindisi non ha perso il playoff; non ha semplicemente raggiunto il terzo step fissato nel giugno scorso dal gruppo dirigente con lo staff tecnico, quando non era possibile preventivare infortuni (quello di Kris Joseph ha pesato tantissimo) o l’improbabile inserimento di alcuni giocatori (Danny Agbelese e A.J. English) sul cui impegno, ad ogni modo, nulla da eccepire.

I lamenti? Ognuno ha diritto di esternarli. Però, due note sono da sottolineare: sarebbe assolutamente ingiusto puntare il dito sulla dirigenza che ha fatto di tutto pur di centrare l’intero programma stagionale; l’altra è legata alla conduzione tecnica: Meo Sacchetti, a giugno, è stato salutato da tutti, ma proprio da tutti, con grande entusiasmo. È il tecnico che ha regalato a Sassari il titolo italiano. Non vale dire: aveva i giocatori, perchè è altrettanto facile rispondere: «no» Sassari aveva il budget che ha permesso l’ingaggio di determinati atleti. Ed anche questo è innegabile.

Infine, una nota sui giocatori: alcuni hanno fatto un po’ di fatica per capire dov’erano arrivati e quale fosse la differenza tra il «loro» basket e quello del campionato italiano; tutti, però, seppure con qualche nota a parte, hanno aperto il loro bagaglio tecnico e lo hanno messo a disposizione della squadra.

Si sarebbe potuto fare di più? Certo, a Brindisi si suol dire: «Ci la vecchia non murìa, campava ancora».

Un’ultima nota sui fattori esterni: gli arbitri. A nessuno è sfuggito il «salasso» settimanale a cui Brindisi è stata sottoposta a seguito dei referti dei direttori di gara, alcuni dei quali è parso evidente che «soffrono» la trasferta a Brindisi. E non fanno proprio niente per non dimostrarlo. Basterebbe rivedere il film del campionato per avallare anche quest’ultimo dato.
Tutto ciò, in verità, non per stupido campanilismo.

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