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È una lucana  il giudice più temuto

di MARIAPAOLA VERGALLITO 
È Silvana Arbia, la donna più temuta dai grandi criminali di guerra ricercati in tutto il mondo. Ed è lucana, originaria di Senise. Pretore prima a Venezia, poi a Roma, Giudice alla Corte d’Appello di Milano, fino alla Prima Sezione Penale specializzata in processi di crimine organizzato e crimini contro abusi su minori. Silvana Arbia è una donna abituata a «mettere la corda sempre più in alto». E a superarla. Oggi è a capo della Cancelleria della Corte Penale internazionale dell’Aia
È una lucana  il giudice più temuto
di MARIAPAOLA VERGALLITO 

SENISE - Gli occhi chiari, la gentilezza, il sorriso; la semplicità. Sono le caratteristiche che saltano agli occhi quando la si incontra. È Silvana Arbia, la donna più temuta dai grandi criminali di guerra ricercati in tutto il mondo. Ed è lucana, originaria di Senise. Pretore prima a Venezia, poi a Roma, Giudice alla Corte d’Appello di Milano, fino alla Prima Sezione Penale specializzata in processi di crimine organizzato e crimini contro abusi su minori. Silvana Arbia è una donna abituata a «mettere la corda sempre più in alto». E a superarla. Oggi è a capo della Cancelleria della Corte Penale internazionale dell’Aia. 

Quando è nata in lei la passione per la giustizia? «All’epoca in cui ho l’ho lasciata quella di Senise non era una società giusta e accessibile a tutti. C’erano diverse classi, le famiglie ancora dominanti e poi c’era la massa. Le donne non potevano studiare e i bambini piccoli facevano i pastori. Uno di loro per la solitudine è stato trovato impiccato e nessuno ha approfondito questa vicenda con un processo per stabilire quali fossero i diritti della vittima e della famiglia. Per me era profondamente ingiusto». 

A 13 anni parte per Venezia per studiare. «È stato difficile. All’epoca bastava avere l’accento meridionale per essere discriminati. I professori arrivavano a dirmi anche che provenivo dal centro dell’Africa. Ho lasciato la Lucania con molta angoscia ma ero spinta dall’idea di studiare e di arricchirmi culturalmente. Ho studiato a Padova Giurisprudenza perché pensavo fosse la facoltà adatta. Dopo l’università ho superato gli esami da avvocato; nel frattempo ho studiato per il concorso in Magistratura e ce l’ho fatta. Ho cercato sempre la via più difficile, rinunciando a molte cose ma ottenendo grandi soddisfazioni. Intanto vedevo le avvisaglie della giustizia penale internazionale che cominciava ad esistere. In quel periodo nacque il Tribunale Penale Internazionale per i crimini perpetrati in Ruanda, e il mio interesse era quello di contribuire. Così ho cercato i posti disponibili tramite internet. La via ministeriale poteva essere semplice ma non per me, visto che non avevo legami politici. Ho ricominciato da zero. Era una sfida grandissima per una donna europea». 

Da quel momento è iniziata la sua esperienza internazionale di fronte ai grandi criminali di guerra? «Ho fatto il più alto numero di atti d’accusa e il più grosso processo con 6 imputati tra cui una donna (Pauline Nyiramasuhuko). Era ex ministro per la Protezione della Famiglia in Ruanda e unica donna nella storia processata per genocidio e complicità in stupro. Fu una situazione che incuriosì il mondo. Di questi crimini va compreso il perchè e va comunicato in modo che non si ripetano». 

Come reagiscono i criminali quando si trovano di fronte una donna? «Questo è un pregiudizio che però si supera dimostrando competenza, serietà, lavoro». 

Come vede oggi la Basilicata e Senise? «Mi sembra ci sia un bel progresso. Ci sono molti giovani, nonostante l’emigrazione, che si danno da fare. Sono motivati e legati alla loro terra. Vedo un bel futuro».

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