Mercoledì 18 Febbraio 2026 | 17:43

Perrone, l'ex icona biancorossa: «Bari terra di conquiste, non è accettabile»

Perrone, l'ex icona biancorossa: «Bari terra di conquiste, non è accettabile»

Perrone, l'ex icona biancorossa: «Bari terra di conquiste, non è accettabile»

 
pierpaolo paterno

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pierpaolo paterno

Perrone, l'ex icona biancorossa: «Bari terra di conquiste, non è accettabile»

Ex di Bari e Padova, voce autorevole per comprendere la portata di una sfida che vale molto più di tre punti

Mercoledì 18 Febbraio 2026, 14:50

Padova come ennesimo passaggio per indirizzare il destino. Sabato, in Veneto, il Bari si presenterà con un bilancio allarmante nelle ultime quattro gare e con sulle spalle il peso di una stagione scivolata via tra errori, cambi in panchina e un mercato invernale che non ha prodotto la svolta attesa. La sconfitta interna contro il Sudtirol ha certificato un punto di rottura profondo, tecnico e ambientale. Per analizzare responsabilità, prospettive e rischi concreti di una caduta che avrebbe un impatto devastante su un’intera città, interviene Carlo Perrone. Ex di entrambe le piazze, voce autorevole per comprendere la portata di una sfida che vale molto più di tre punti.

Mister, il Bari arriva alla sfida di Padova in un momento drammatico, con un pareggio e tre sconfitte nelle ultime quattro partite.

«Oltre al dispiacere, c’è molta sorpresa. Mai avrei pensato che il Bari sarebbe andato in così tanta problematicità. Purtroppo, quando cambi tre allenatori e moduli tattici anche nella stessa partita si genera tanta confusione nei calciatori. Tra loro manca un leader. Quando arrivai a Bari con Catuzzi, furono fondamentali i vari Loseto, De Trizio e Terracenere. Gente che conosceva bene l’ambiente e ci tirò fuori dalla crisi».

La sconfitta interna contro il Sudtirol ha rappresentato forse il punto più basso della stagione. Secondo lei è una crisi più mentale o tecnica?

«La criticità è più mentale. Longo sta provando uomini e schemi. Vedi il cambio di sistema tra il primo e il secondo tempo. Comprensibile, perché non vuole rimanere passivo nel vedere la propria squadra soffrire. Il mister non ha il tempo materiale per provare e cambiare tanto. In questo momento, servirebbe uno scolastico e semplice 4-4-2. Partire da qui, mettendoci anima e cuore. Comunque, bisogna lottare su tutti i palloni. A prescindere dalle soluzioni tattiche».

A fine gara si è scatenata la feroce contestazione dei tifosi. Quanto pesa?

«In questo momento pesa tutto. Ma gli alibi deve toglierli il mister, facendo gruppo. Ci si risolleva solo come squadra».

La “cura” di Moreno Longo finora non ha prodotto i risultati sperati. In questi casi le responsabilità sono più della guida tecnica o della struttura societaria?

«È un problema aver cambiato tanto, anche in fatto di preparazione atletica. Sul piano tecnico, punterei su esterni bravi o sui trequartisti. In avanti arrivano pochi palloni. Moncini non è male».

Dal mercato di gennaio sono arrivati diversi giocatori fuori condizione e senza il tempo necessario per recuperare.

«Un mercato difficilissimo. Anche se ti chiami Bari, i giocatori non vengono vista la situazione di classifica. Si preferisce rimanere dove ci si trova o provare altre situazioni meno compromesse. Servivano due, tre elementi di qualità e meno quantità. Bari è diventato un albergo con le porte aperte. Gente che va e che viene. Un casino».

Ora, Padova e Sampdoria possono essere l’ultima occasione per riaccendere la speranza?

«Due scogli ostici, soprattutto i blucerchiati che senz’altro risaliranno parecchie posizioni».

Lei conosce bene entrambe le piazze. Che tipo di partita si aspetta contro il Padova?

«Il Padova non attraversa un buon momento. Nelle ultime cinque partite, ne ha perse tre, pareggiata e vinta una a fatica con la Carrarese facendo le barricate. Una squadra che impiega chi ha vinto la C l’anno scorso. I nuovi arrivi sono quasi tutti in panchina. Un Padova ben assemblato dall’ottimo Andreoletti che alterna però prove positive ad altre meno buone. In questo, avversario imprevedibile soprattutto in casa. Ha il sostegno del pubblico, trascinato dai nuovi vertici del club Banzato e Peghin, con un passato noto nel rugby padovano. Conto di essere allo stadio».

La proprietà del Bari sceglie il silenzio in questo momento critico. Quanto pesa l’assenza di una voce forte della società in situazioni del genere?

«Ai miei tempi, Matarrese era molto vicino alla squadra. Andavamo sempre a cena insieme. Non sono dettagli, ma aspetti che pesano come momenti aggreganti e motivanti. Gli errori sono stati fatti a giugno, con scelte rivelatesi tutte sbagliate. Al di là di tutto, vanno resettati per affrontare un finale da dentro o fuori. Anche perché le concorrenti per la salvezza non corrono. Non bisogna pensare di essere all’ultima spiaggia. Ma lavorare su voglia e determinazione. Trasmetterle spetta a Longo».

Il ritorno in C per una piazza come Bari rappresenterebbe un fallimento non solo sportivo ma anche simbolico.

«Sarebbe devastante. I De Laurentiis perderebbero soldi e faccia. I giocatori il loro valore. Un’onta nel curriculum. La retrocessione è un’ipotesi che fa male».

Da Bari-Cesena a Cesena-Bari, una vittoria in quindici partite. Impensabile pensare di invertire la rotta nelle rimanenti tredici gare. Vede ancora una via di uscita o il rischio di una caduta è ormai concreto?

«L’unica strada è la compattezza dello spogliatoio. Giocatori buoni ce ne sono. Inutile pensare a quanto fatto sinora. Punterei sugli elementi col temperamento giusto, anche tecnicamente meno dotati. Pucino e Rao in panchina? Forse anche Longo è andato un po’ in confusione».

A Bari ormai vincono tutte. Mai successo nella storia.

«Bari era un fortino. Oggi ormai terra di conquista. E non è accettabile».

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