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In Puglia e Basilicata

IL CASO

Arpal, il pasticcio della nuova sede con piscina a Bari

Arpal, il pasticcio della nuova sede con piscina a Bari

L’ex student center dell’Università di Bari mai utilizzato

Il Comune blocca l’acquisto: «È una foresteria, non può diventare un centro per l’impiego». L’agenzia per il lavoro della Regione aveva stanziato 3,5 milioni per comprare un immobile dal ministero

05 Agosto 2022

Massimiliano Scagliarini

La nuova sede da 3 milioni e mezzo di euro nel quartiere Poggiofranco di Bari, dotata di piscina sul terrazzo, non è adatta ad ospitare gli uffici del nuovo centro per l’impiego. E così l’Arpal è stata costretta a un precipitoso dietrofront, annullando la procedura con cui - a gennaio - aveva disposto l’acquisto dell’immobile di proprietà della Invimit, la società di gestione del risparmio di proprietà del ministero dell’Economia, di cui è presidente l’ex parlamentare barese Trifone Altieri.

L’Agenzia per il lavoro della Regione lo scorso anno aveva pubblicato una manifestazione di interesse per trovare le nuove sedi a Bari e in altri 15 centri pugliesi: nel capoluogo cercava locali per almeno 1.000 metri quadrati, in cui ospitare circa 150 addetti. È dunque spuntata la proposta della Invimit, che ha messo sul piatto una palazzina realizzata nel 2004 come student center dell’Università di Bari: 3.500 metri quadrati di superficie in cui ci sono aule, sale di lettura e una foresteria, ma soprattutto sul tetto c’è una grande piscina da 12 metri per 6. L’immobile, mai utilizzato, nel 2014 è stato ceduto a Invimit, è stato messo sul mercato due anni dopo e naturalmente nel frattempo è un po’ invecchiato: «L’edificio denota alcuni fenomeni di umidità e muffa», avverte la stessa Invimit, e dunque «al fine di renderlo fruibile per potenziali conduttori sono necessari lavori di ripristino di natura sia edile che impiantistica».

Fatto sta che l’Arpal aveva avanzato al fondo una offerta per l’acquisto a 3,5 milioni di euro, offerta accettata con relativa aggiudicazione provvisoria. A giugno, dopo aver stanziato in bilancio la somma necessaria all’acquisto e al pagamento delle spese (altri 70mila euro), il direttore generale Massimo Cassano ha chiesto al Comune di Bari per capire la situazione edilizia (risultava una richiesta di condono perndente) e in particolare se era possibile trasformare la struttura nella sede del Centro per l’impiego. La risposta, arrivata a fine luglio, è negativa: «La funzione di centro per l’impiego di interesse sovra comunale - ha scritto il Comune all’Arpal - risulta incompatibile con la destinazione di piano di cui all’art. 52, nella quale ricade l’immobile in oggetto». Quella palazzina, insomma non può ospitare uffici. E così l’Arpal è stata costretta ad annullare in autotutela gli atti di acquisto.

La legge prescrive che siano i Comuni a mettere a disposizione i locali in cui ospitare i Centri per l’impiego. A Bari i Cpi utilizzano due sedi (via Devitofrancesco in fitto, e via Re David di proprietà della Città metropolitana) ormai non idonee, anche perché nel frattempo l’Arpal ha completato le assunzioni che hanno immesso in servizio nuovo personale. Un fiume di dipendenti che l’agenzia non sa dove mettere e per i quali ha previsto di comprare (almeno) i mobili: per questo è stata lanciata una gara d’appalto da 8 milioni di euro, chiusa a luglio, con tavoli riunione da 4mila euro e cestini per la carta da 41 euro.

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