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In Puglia e Basilicata

La storia

Francesco, da Acquaviva all’Islanda a difendere l’Europa su un F-35

Amendola, tra "F-35" e "Predator"il futuro ti prende per mano

«Dobbiamo essere pronti a volare in pochi minuti. La nostra forza viene dalla squadra e dall’appoggio di chi è a casa»

11 Maggio 2022

Marisa Ingrosso

BARI - Il suo nome è Francesco e il suo alias, il suo nickname, è «Jag» ed è originario di Acquaviva delle Fonti, alle porte di Bari. Di lui non possiamo rivelarvi molto di più. Ne va della sicurezza dei Paesi Nato, della sicurezza dell’Europa del Nord, del nostro Paese, nonché di quella sua e della sua famiglia. Perché Francesco - Jag è un pilota militare e, in questo momento, a bordo di un cacciabombardiere F-35 di ultima generazione, è in missione in Islanda per proteggere il «fianco Nord» del Vecchio continente. L’Islanda, infatti, è sì un Paese dell’Alleanza ma è privo di assetti difensivi. Così, nei giorni scorsi, per la settima volta nella storia (la prima fu nel 2013), la bandiera italiana è stata issata nella base aerea di Keflavik, lì dove sono atterrati quattro velivoli del 32° Stormo dell’Aeronautica Militare di Amendola (Foggia). Assieme a Francesco - Jag, fanno parte della Task Force Air Iceland circa 130 persone.

Questa è la prima volta di questi F-35, fortezze volanti dal costo stimato in 80 milioni di euro ciascuno. È la prima volta di una missione tanto lunga (sessanta giorni circa). E, ovviamente, è la prima volta di una missione tanto delicata nel bel mezzo di una guerra, alle porte dell’Ue. Come spiegano fonti dell’Aeronautica militare, ogni giorno, 24 ore su 24, uomini e donne della Task Force dovranno «sorvegliare ed eventualmente intercettare, mediante gli F-35A in allarme, aeromobili non identificati o che rappresentino una potenziale minaccia».

È a Francesco - Jag che tocca «intercettare» ogni minaccia. Ed è da quando ha 17 anni che si prepara a questo compito. «Frequentavo il quinto anno di Liceo scientifico - racconta alla Gazzetta - ed era giunto il momento di decidere cosa fare della mia vita. Gli aerei mi hanno sempre affascinato, e prima ancora di scandire bene le parole già fissavo il cielo e puntavo col dito gli aerei che scorgevo in cielo. L’idea di poter fare il pilota come mestiere, specialmente il pilota militare, sembrava un sogno irraggiungibile al punto da non considerarlo perseguibile. Devo quindi ringraziare la mia famiglia per avermi supportato nel realizzare le mie ambizioni». L’Accademia Aeronautica, a Pozzuoli per l’arruolamento, il primo corso di volo al 70° Stormo di Latina, il Brevetto di Pilota d’Aeroplano, la Laurea Magistrale in Scienze Aeronautiche e, infine, 14 mesi di corso di volo per Pilota Militare alla scuola USAF di Columbus, Mississippi. Un lungo percorso, ma resta indimenticabile la sua «prima volta». Fu su un aereo-guida SF-260EA, «un velivolo mono-motore ad elica, in dotazione al 70° Stormo di Latina» e la «sensazione avuta a partire dalla corsa di decollo (la prima dimostrata dall’istruttore al mio fianco) - con le mie mani timidamente posate sui comandi per seguire ciò che l’istruttore faceva - è stata di forte adrenalina, unita alla presa di coscienza che avevo molta strada da fare».

Oggi, che è nel novero dei migliori piloti al mondo, Francesco è «parte integrante del “sistema Uomo-Macchina”» e, in Islanda, in «pochissimi minuti» deve essere in volo. «Il rispetto delle tempistiche è indispensabile», dice. Lo stress? «Il lavoro di squadra - conclude - è lo stesso con cui si affronta la tensione in missioni lunghe lontano da casa e dai propri cari. Lavorare in un team di professionisti ci dà la certezza di poter garantire ciò che ci viene chiesto, ovvero il servizio di sorveglianza dello Spazio Aereo, nonostante i piccolissimi margini d’errore consentiti. Nel tempo libero, che non abbonda in missioni di questo tipo, è lo spirito di corpo a tenere alto il morale, sapere che si è tutti qui per conseguire un obbiettivo, oltre ovviamente all’appoggio, da casa, delle persone a noi care».

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