Lunedì 26 Ottobre 2020 | 00:06

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Coronavirus nelle scuole a Bari, pediatri in rivolta. La replica di una mamma: «Si può vivere nella paura costante?»

I medici: «Bimbi via dalle classi per un raffreddore»

pediatra

Lucia Azzolina dixit: «Le scuole non chiuderanno». Percentuali alla mano («i contagi riguardano solo lo 0,047% dei docenti e lo 0,021% degli studenti», ha detto tronfia qualche giorno fa), il ministro dell’Istruzione ha assicurato la continuità didattica e affermato categoricamente: «Gli istituti resteranno aperti». Del resto, dopo aver lavorato incessantemente per tutta l’estate, acquistato banchi e sedie, finanziato interventi di edilizia leggera e aver partorito rigidi protocolli per la sicurezza nelle aule, sarebbe davvero beffardo ritornare alla massiccia didattica a distanza, mista o ibrida che dir si voglia, una modalità che di fatto non garantisce preparazione ed equità. Senonché, una falla residua rischia però di mandare comunque all’aria gli sforzi facendo diventare una valanga di proporzioni imprevedibili la piccola slavina, in movimento su più versanti della provincia di Bari, causata spesso (nientepopodimeno) da piccoli e ripetuti raffreddori.


ETCIù In tempi di Covid è dunque sufficiente un semplice etciù per mandare in tilt circoli didattici e istituti comprensivi (giustamente preoccupati del possibile rientro di alunni infetti) nonostante le indicazioni siano (teoricamente) chiare rispetto al comportamento da tenere per le assenze scolastiche. Nelle chat del Barese circola insistentemente un estratto delle dichiarazioni di Benedetto Delvecchio, presidente dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della Bat, rilasciate prima dell’inizio delle lezioni. «Le vigenti disposizioni di legge impongono il certificato medico dopo tre giorni di assenza nella scuola dell'infanzia e dopo cinque giorni nelle scuole a seguire. Il certificato di riammissione, salvo diverse disposizioni, deve attestare la assenza di malattie diffusive o contagiose che, per quanto riguarda l'infezione da Covid e i segni che la malattia presenta nei minori, può essere garantita esclusivamente dopo la esecuzione di un tampone specifico negativo. Ogni diagnosi clinica differenziale tra sindromi da raffreddamento e infezioni Covid correlate è impossibile».


CERTEZZE Detto in poche parole, soltanto il tampone al momento può accertare la correlazione fra un raffreddore o un colpo di tosse e la Covid. Si comprende dunque perché siano state evanescenti le raccomandazioni di qualche settimana fa, sempre da parte dell’Ordine dei medici. «A tutela di tutti e al fine condiviso di evitare ogni fastidioso e inutile contenzioso tra medici, personale docente e genitori dei minori è necessario che non vengano fatte richieste incongrue di certificazione di riammissione a scuola in caso di sintomatologia correlata a stati febbrili o evocativi di sindromi da infezione delle vie respiratorie superiori senza che una diagnosi con tampone venga eseguita. Si fa appello al senso di responsabilità di tutti i soggetti interessati per una corretta informazione nei confronti dei pazienti o dei loro genitori onde evitare di generare situazioni di conflitto tra medico e famiglia».


SUBISSATI Come volevasi dimostrare, subissati invece dalle richieste (e dalle comprensibili paturnie dei genitori, alle prese con sintomi non diagnosticabili e complicazioni lavorative causate dalla necessità di dover assistere i piccini) i pediatri di libera scelta, che rispondono e informano anche telefonicamente o attraverso le chat come meglio possono, si sono ritrovati in estrema difficoltà, tanto da rivolgersi anche alla stampa per cercare una sponda che divulghi urbi et orbi la loro condizione. «Non sappiamo che fare. I genitori ci linceranno per assenze a scuola inutili, ma noi come facciamo a certificare qualcosa che si può affermare con certezza solamente con un test molecolare?». In definitiva è andato a vuoto (finora) l’invito ufficiale alle autorità politiche di «adoperarsi con urgenza per attivare dei percorsi che consentano ai cittadini e ai minori in particolare la esecuzione dei tamponi in sedi dedicate e con il minor disagio possibile, con consegna del risultato in tempi rapidissimi».


CORTO CIRCUITO Il corto circuito cui si sta cercando di rimediare (si attende la distribuzione dei test rapidi, ma non si conoscono ancora bene le modalità di attuazione dello screening: quando partirà? chi li farà? e dove?) ha di fatto scatenato nel Barese un grottesco scaricabarile di responsabilità con ripercussioni anche quando (con sintomi ritenuti davvero a rischio Covid) è disposto il tampone: i tempi per farlo e per ottenere la diagnosi da parte della Asl sono ancora troppo lunghi, tanto da costringere mamme e bambini a casa per giorni. Ma è negli altri casi, quelli più incerti, che si verificano pressioni se non addirittura minacce nei confronti dei pediatri. Le scuole, infatti, per sgravarsi di ogni responsabilità richiedono ai genitori autocertificazioni al rientro dei ragazzi anche per assenze di due o tre giorni, indipendentemente dal fatto che si tratti di un’infiammazione delle mucose o magari di sintomi gastrointestinali, che peraltro sembrano essere, in quella fascia d’età, legati spesso al Coronavirus.


MODULI Ogni istituto ha un proprio modulo. Ad alcuni genitori è richiesto di firmare un’attestazione, «consapevoli delle conseguenze civili e penali previste per dichiarazioni mendaci e dell’importanza del rispetto delle misure di prevenzione anti-Covid al fine di tutelare la salute della collettività» (una responsabilità che intimorisce), con la quale sono chiamati ad affermare che i figli possono essere ammessi a scuola poiché non hanno presentato nessuna delle avvisaglie collegate alla malattia. Altri si ritrovano addirittura a sottoscrivere di aver consultato il medico di base (con tanto di nome e cognome del pediatra) «il quale non ha ritenuto necessario sottoporre (lo scolaro) al percorso diagnostico-terapeutico e di prevenzione per Covid-19, come disposto dalla normativa nazionale-regionale. Chiede pertanto la riammissione presso la scuola dell’infanzia/primaria/secondaria di I grado».


CERINO I più negligenti (o semplicemente chi proprio non può rischiare il posto di lavoro ed è costretto a rimandare il figlio a scuola) sono indotti a firmare. Cosicché, contenta la scuola, il cerino finisce nelle mani dei medici, peraltro molto contrariati («questa è una dichiarazione che ci coinvolge illegalmente, peraltro a volte senza nemmeno essere stati interpellati - tuona un pediatra -. Siamo noi che li denunciamo se non la smettono»). Il governatore del Veneto è stato tra i primi a intervenire esplicitamente sulla questione («bisogna che tornino a decidere in autonomia senza essere costretti a ricorrere alla medicina difensiva in autotutela»). Del resto, alla fine dei conti, senza una soluzione... tampone i rischi vanno dal far rientrare uno scolaro contagiato senza averlo né testato né visitato (il certificato non è dovuto alle medie per un’assenza di quattro giorni) fino a costringere per uno starnuto un’intera famiglia a rimanere in attesa a tempo indeterminato di un test prima che possa tornare alla normale (si fa per dire) quotidianità. I test rapidi, pur non essendo del tutto attendibili, potrebbero davvero evitare perlomeno lungaggini e polemiche. Sempre che, con l’influenza stagionale ormai alle porte, si sia veloci nell’utilizzarli. «Altrimenti - conclude una pediatra - i bambini resteranno quasi tutti a casa».

LA REPLICA E LA PREOCCUPAZIONE DI UNA MAMMA - Dopo aver letto il parere dei pediatri una mamma ci ha scritto rivolgendosi direttamente alle istituzioni: «A nome di migliaia di mamme che mandano i figli a scuola vi chiedo di sistemare urgentemente la situazione del rientro a scuola dopo l'assenza dei nostri figli. Premesso che ovviamente quest'anno è appurato che centinaia e centinaia di bambini faranno tamponi inutili perché i pediatri non si prenderanno la responsabilità di fare certificati di rientro dopo i cinque giorni di malattia - scrive Amanda Sanalitro - tuttavia alcuni presidi, volendo scaricarsi da ogni responsabilità, stanno chiedendo certificati anche dopo un solo giorno di assenza per malattia, oppure se il bambino viene prelevato da scuola per malattia (anche se non strettamente riconducibile al Covid). In questi casi i pediatri si rifiutando di stilare certificati inutili e molte mamme stanno (anche per un semplice mal di pancia) facendo fare volontariamente cinque giorni di assenza ai figli, per poter richiedere un certificato che non arriverà mai se non con il tampone. Un cane che si morde la coda praticamente», aggiunge la donna. «Il risultato? Centinaia di migliaia di tamponi processati ogni giorno, Asl intasate e bambini che perdono giorni e giorni di scuola per il capriccio di chi non vuole prendersi responsabilità. Per non parlare di quelli che richiedono invece per un solo giorno di assenza un autocertificazione dove il genitore sotto sua responsabilità attesta che il figlio non ha avuto sintomi riconducibili al Covid. E con quali competenze noi genitori possiamo attestare tutto questo? E se poi malauguratamente il bambino dovesse essere un caso di asintomatico, la responsabilità penale è del genitore che non ne capisce nulla? Siamo alla follia», sottolinea la donna. «La scuola è un bene primario, ma ci state portando all'esasperazione. Io ho cinque figli e non vi dico l'ansia ogni giorno: misuro la febbre tutti i giorni, faccio il mio dovere di mamma sempre e comunque cercando di insegnare loro ad avere il massimo delle precauzioni, ma è mai possibile che dobbiamo vivere in questo modo?», conclude la mamma. 

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