Lunedì 01 Giugno 2020 | 07:57

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In processione con le «rogazioni»: i monaci di Noci pregano per la fine dell'epidemia

Sono chiusi in abbazia: riscoperta un’antica formula recitata a fini propiziatori e contro le avversità che risale alla tradizione contadina

In processione con le «rogazioni»

Il rito delle «rogazioni»

Il Coronavirus ha rivoluzionato anche la loro vita, i loro ritmi e abitudini. La chiusura al culto dell’Abbazia benedettina della Madonna della Scala, oltre ad aver interrotto il rapporto di prossimità tra fedeli e monaci, particolarmente intenso durante tutti i fine settimana ma in particolare nel periodo pasquale (la Madonna della Scala è una delle tappe preferite, per esempio, dalle famiglie nel lunedì di Pasquetta e per le coppie di sposi) con ricadute negative anche di natura economica su questo imponente complesso, ha anche fatto riscoprire antichi riti, come le «rogazioni», preghiere di supplica per la fine dell’emergenza.


Ne parla padre Giustino Gabriele Pege, originario di Padova, Abate dell’Abbazia di Noci dal 2017, pochi giorni dopo la benedizione impartita dall’Abbazia di Montecassino dal suo predecessore, padre Donato Ogliari.

Padre, come sta vivendo la comunità religiosa questo momento delicato come l’emergenza per il Coronavirus?
«È una esperienza inedita per tutti noi. Innanzitutto, dal momento che riguarda una guerra contro un nemico invisibile, la prima arma che la comunità assume e fa sua è quella della preghiera. Tra l’altro questa è una delle caratteristiche di una comunità monastica, attraverso la quale facciamo nostra e prendiamo sulle nostre spalle la preoccupazione di tutta l’umanità e in particolare della nostra terra, degli ammalati, degli operatori sanitari che si stanno prodigando in maniera ammirevole per affrontare questa emergenza sanitaria. Questo è il primo modo con il quale noi cerchiamo di esprimere la prossimità, la nostra vicinanza in questo momento così difficile».

Qual è il suo pensiero su questo delicato argomento?

«Credo che una delle cose più importanti in questo momento è la sospensione per esempio delle attività di culto, perché sono venute meno molte nostre abitudini e soprattutto le occasioni di vivere in maniera concreta la prossimità con l’altro. È importante percepire e far percepire che anche questo necessario isolamento imposto dalle circostanze è sì una separazione fisica ma non una separazione spirituale. Che ci sono cioè altri modi per sentirci vicini e uniti come la preghiera. Il potere della preghiera è grandissimo».

l’Abate di Noci, padre Pege

E a questo proposito la vostra comunità ha riscoperto un rito antico: le «rogazioni» (dal latino «rogare», cioè domandare).

«Sono preghiere di petizione e supplica che risalgono ad antichi rituali contadini che una comunità fa in determinati periodi o per intenzioni gravi (ad esempio chiedere la pioggia, un buon raccolto, la fine di un’epidemia, la liberazione da un male che minaccia una comunità)».

E come si svolge?

«In queste settimane la comunità dell’Abbazia (che quest’anno celebra i 90 anni della fondazione e conta 15 monaci, tra i quali alcuni novantenni, ottantenni e settantenni, tutti in buone condizioni di salute), ha riscoperto questo antico inno svolgendo, per due domeniche, una processione attorno al monastero, chiedendo la paterna e provvidente protezione di Dio per il monastero, la città di Noci, l’Italia e il mondo intero durante questo tempo di epidemia».

Ma l’attività della comunità monastica è ferma?

«Nonostante la sua chiusura al culto, l’Abbazia prosegue le attività del suo laboratorio di restauro del libro antico, quelle agricole svolte nella tenuta del monastero, quella editoriale, della biblioteca e la preparazione dei canti gregoriani. «Seppure con qualche sacrificio personale, la vita nell’Abbazia continua».

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