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Una Pasqua inedita. Monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, è d’accordo. Definire così la Settimana Santa ormai alle porte fotografa la realtà. Si parte sabato prossimo alle 18 con la Via Crucis in un crescendo di celebrazioni fino a domenica 12 aprile. L’epidemia da Coronavirus non fermerà i riti anche se saranno celebrati senza i fedeli in ragione delle misure sanitarie per prevenire il contagio.

Monsignor Cacucci, quanto le peserà la distanza dalla gente in questi giorni?

«Vivrò con grande sofferenza questa solitudine. Ma è una sofferenza che io e i sacerdoti della diocesi di Bari-Bitonto dobbiamo accettare. Ci mancherà la comunità dei fedeli, ma quel dolore ci renderà ancor più vicini a chi soffre per le conseguenze della malattia. La comunione spirituale sarà ancora più viva».

Un sacrificio necessario, ma la distanza dai riti come sarà? In altri termini, seguire le celebrazioni in diretta tv o sui social cambierà qualcosa?

«Va distinto il sacramento dalla partecipazione spirituale. I sacramenti sono strumenti di grazia per le persone. Ma anche la partecipazione spirituale ha un valore enorme ed è fonte di vita della Chiesa. Le persone, vista l’emergenza, possono vivere il rapporto con Dio non in modo sacramentale (ricevere l’ostia della comunione, per esempio, ndr) ma spirituale. Sarà una Settimana Santa alla quale si parteciperà nello spirito. Al sacrificio di Cristo dobbiamo accostarci ascoltando col cuore i fratelli ammalati e poveri. Incontrare Dio in modo spirituale e non sacramentale esprime un alto principio cristiano. Faccio un esempio: Venerdì santo, quando parteciperemo alla liturgia della Passione, vivremo con Gesù la Sua passione, la Sua crocifissione, la Sua morte. Dobbiamo ricordare che la realtà dolorosa della Passione segnerà gli ammalati nella loro carne. Il fine della nostra vita è l’incontro con Dio. Lo incontreremo nella realtà anche se mancherà il segno sacramentale. Sarà un momento altrettanto intenso: per noi, per i fedeli, per la Chiesa. Vissuto, ripeto, nella carne viva. Anche se ci sarà la mediazione degli strumenti della comunicazione, anche se ci si limiterà alla preghiera in casa».

Nessuna distanza, quindi?

«Guardi: una persona ammalata, ricoverata in ospedale, può vivere molto più di me la Passione di Gesù. Io la vivrò nel sacramento, lei nella carne viva. Ricordo che non pecca chi non va a messa perché è ammalato. Nella vita normale non si possono eludere i sacramenti, ma in una emergenza come questa, pur con queste limitazioni, voglio ricordare che il rapporto con Dio si vive efficacemente nel mistero».

Il suo messaggio pasquale può aiutare a riflettere anche i non credenti?

«Guardi: credente, non credente… Dio legge i cuori. Il Signore ama tutti, vuole la salvezza di tutti. Mai come in questo momento vale la pena ricordarlo. Quando un non credente attraversa il momento della morte, il Signore è al suo fianco. Forse con più amore perché quell’essere umano vive il dubbio, la difficoltà di non credere. Io, le confido, non credenti veri non ne ho mai trovati. Come dice il Concilio Ecumenico Vaticano II, spesso non si crede perché si ha un’immagine falsata di Dio e della Chiesa».

Monsignor Cacucci, l’epidemia oltre la malattia e il dolore porta con sé difficoltà economiche, povertà, solitudine. Il momento sociale è drammatico. Come reagire?

«Mi auguro cresca la carità, che significa amore. Prima di questo momento ci si lamentava per quel che non si aveva. L’emergenza ci aiuta a recuperare l’essenziale, a capire che quella umana è un’unica famiglia. Guai pensare a salvarsi da soli; non avremmo Dio con noi. Perché Dio è il padre di tutti, Dio è di tutti. Sono commosso, in questi giorni, dai tanti atti di carità, molti nascosti. Dobbiamo trovare ancora forme inedite di carità. La Chiesa può aiutare fornendo i beni necessari ma anche l’ascolto. L’ascolto non va sottovalutato di fronte all’angoscia, all’emergere di fragilità inattese. Noi dobbiamo chiedere al Signore di avere lo stesso Suo cuore. Non amare il prossimo come se stessi, ma amarci tra noi come ci ha amato Gesù: amatevi – si legge nel Vangelo – come io ho amato voi. E’ il suo esempio: io non vengo prima degli altri. L’egoismo va bandito. Dovrebbero capirlo anche tutti i governanti dell’Unione europea. Non è unione di capi di Stato, è unione di cittadini. Bisogna aprire il cuore».

Eccellenza, di fronte a questa epidemia ci chiediamo: perché?

«La sofferenza non è sempre conseguenza dei singoli atti della persona. Certo, esiste il peccato originale e il dolore e la morte sono conseguenze. Perché Gesù ha sofferto per noi? E’ il mistero di Dio. Ma la morte non può essere separata dalla resurrezione. Ogni morte ha un significato che non comprendiamo completamente, ma che la resurrezione ci farà capire. La pandemia è un segno di morte, anche interiore. Ma gli uomini accoglieranno il momento della resurrezione».

Ad aprile lascerà la guida della diocesi. Saranno ancora giorni delicati per l’epidemia. Certamente questa situazione non era immaginabile, ma cosa pensa di quel momento?

«Per me è un tempo di passaggio, come è il tempo di Pasqua. Noi siamo di passaggio; anche il ministero ha una sua relatività proprio perché siamo di passaggio. Ma resta una cosa: l’amore. Mio per i fedeli della diocesi e mi auguro sia corrisposto. Un legame che va al di là della missione pastorale, anche al di là della morte. La clausura di questi giorni mi prepara al maggiore silenzio, alla maggiore riservatezza futura. Ma voglio sempre ricordare che la Chiesa non appartiene a me. E’ l’unione di Cristo e dei fedeli. Una unione che proprio l’amore renderà ancora più salda in questo difficile momento per la salute, per la vita. Gli uomini passano, Cristo rimane. Il vescovo e il suo popolo: un’unione che coinvolge i loro destini anche oltre la morte. Il vescovo dovrà salvare le pecore che gli sono affidate, ricordandosi che nella salvezza eterna del suo popolo è riposta la sua eterna ricompensa».

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