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Bari, tra moda e tradizione parla il sarto Antonio Fanelli: «Non chiamatelo mestiere perduto»

A fronte del declino delle botteghe c'è chi lavora ancora, prediligendo la qualità

Bari, tra moda e tradizione parla il sarto Antonio Fanelli: «Non chiamatelo mestiere perduto»

Il metro a nastro che pende attorno al collo. Gli spilli appuntati al maglione. Le mani sporche di gessetto. La macchina da cucire sempre in movimento.
Il mestiere del sarto, quello per intenderci dei film del neorealismo italiano, non pare godere di buona salute nel XXI secolo. Complici le catene di abbigliamento low cost, gli outlet di veri finti affari, il mercato concorrenziale cinese.
«Quando non riuscirò più a lavorare, la mia sartoria chiuderà battenti per sempre». Antonio Fanelli ha 85 anni e appartiene ad una famiglia di sarti da 5 generazioni. I suoi tre figli non hanno nessuna intenzione di continuare «Troppi sacrifici - racconta Fanelli - – per vivere comunque sul filo delle spese e lavorando senza tregua».
La storica sartoria di via de Rossi riesce a mantenersi grazie ad una clientela ristretta e di alto livello, rimasta fedele al taglio impeccabile di Antonio e del fratello Gioacchino, da poco scomparso.

Eppure negli anni ha vestito ministri, onorevoli, calciatori. Persino un gruppo di ministri dell'Etiopia, giunti a Bari per un matrimonio di «vip». E i tessuti, quelle meraviglie di filati che solo a guardarli ti immaginavi il risultato finale? «Li prendo a contrassegno - racconta Fanelli - ho il campionario, il cliente sceglie e mi faccio spedire quello che mi viene richiesto. Non mi conviene tenerli in bottega».
Sempre più rare, dunque, le insegne dei laboratori di sartoria. «Ora posso permettermi solo un dipendente, sempre lo stesso da 45 anni.- racconta Fanelli. È un mestiere che richiede apprendistato e che tramanderei tanto volentieri ai ragazzi che pure fossero interessati. Se organizzassero corsi, anche comunali, sarei pronto a insegnare gratis. Ma non posso tenere altri dipendenti, proprio non ce la faccio con le spese».

C’è chi invece ha fatto di tutto per seguire il suo sogno: «Sì, ho voluto assecondare la mia grande passione per la moda - racconta Teresa, che svolgeva tutt’altra professione - e aprire un laboratorio sartoriale. Sono sempre stata affascinata dalla ricerca dei tessuti. Ma da alcuni mesi ho dovuto cedere la mia attività». La qualità premia, i costi dei capi sono proporzionati rispetto ai materiali usati, ma le multinazionali della moda hanno spesso la meglio. Anche se i loro abiti durano una sola stagione.

E l’artigiano, il sarto? «Se lavora da solo, senza dipendenti, può farcela a mantenere la sua attività. - spiega Teresa - Ma se hai dipendenti, tra tasse e burocrazie varie, non puoi reggere». Lontani i tempi delle «sartine», quando nell’immediato dopoguerra rappresentavano i primi passi di una latente imprenditorialità al femminile, sebbene lavorassero spesso gratis e a servizio.
La storia di Nunzia De Chirico, invece, è quella di una bambina nata con l’ago tra le mani. Una sartoria che si tramanda da generazioni, iniziata da nonna Rosetta, e che Nunzia, affiancata dalle nipoti Cinzia e Gabriella, ha svoltato dal 1980 in scuola di taglio, dopo averne fatto per un periodo sartoria da donna. «L’atelier Cinzia adesso ha 10 iscritti alla scuola di taglio - raccontano - ci sono stati certo momenti migliori. Per esempio, solo quattro cinque anni fa gli iscritti erano più del doppio». La piccola voce fuori dal coro, a detta dell’atelier: sono aumentati i ragazzi che si riavvicinano al mestiere. «La sartoria di qualità come investimento per il futuro».

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