Mercoledì 21 Agosto 2019 | 00:21

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polizia postale in allerta

Dietro le mail si nascondono estorsioni sessuali: utenti baresi ricattati

Il capoluogo è tra i primi 10 in italia dove si denunciano più «sextortion». Ma è tutto finto: ecco le nuove tecniche dei pirati informatici

truffa web

BARI - Ricatti digitali a sfondo sessuale. E se il tuo sistema operativo venisse violato? Se il computer che custodisce nella sua memoria che pensavi inviolabile pratiche, dati, appunti di lavoro, contabilità, foto, contatti, email e informazioni sensibile e riservate legate al lavoro e alla vita personale finisse nelle mani di una persona senza scrupoli? Una pioggia di email phishing (il phishing è un messaggio di posta elettronica ingannevole) si sta abbattendo su migliaia di utenti della rete. Nel mirino dei pirati informatici studi professionali, vertici di aziende pubbliche e private, redazioni di giornali, vertici istituzionali, medici, avvocati, professori.

Dalla posta elettronica di una delle decine di vittime baresi di questo attacco informatico in piena regola citiamo: «Ciao! Come avrai notato, ti ho inviato una email dal tuo account. Ciò significa che ho pieno accesso al tuo account. Ti ho guardato da alcuni mesi (ndr, prima bugia). Il problema è che sei stato infettato attraverso un sito per adulti che hai visitato (ndr, seconda bugia)». A questo punto l’autore del ricatto vuole essere assolutamente credibile e spiega tecnicamente come è riuscito a violare la privacy «Se non hai familiarità con questo ti spiegherò» (ma che cybercriminale gentile!). «Virus Trojan - prosegue – mi dà pieno acceso e controllo su un computer o altro dispositivo. Ciò significa che posso vedere tutto sullo schermo, accendere la videocamera e il microfono, ma non ne sai nulla». E qui arriva la rivelazione che getta nel panico i destinatari della sextortion (letteralmente estorsione sessuale). «Ho accesso a tutti i tuoi contatti e tutta la tua corrispondenza. Perché il tuo antivirus non ha rilevato il malware? Risposta: il mio malware utilizza il driver, aggiorno le sue firme ogni 4 ore in modo che il tuo antivirus era silenzioso. Ho fatto un video che ti accontenti della metà sinistra dello schermo e nella metà destra vedi il video che hai guardato». La spiegazione sembra plausibile a chi, come in molti casi accade, non ha che una semplice infarinatura di informatica e sistemi operativi. Ecco poi svelata la minaccia «Con un clic del mouse posso inviare questo video a tutte le tue email e contatti sui social network. Posso anche postare l’accesso a tutta la corrispondenza e ai messaggi di posta elettronica». Puntuale arriva il ricatto: «Se vuoi impedirlo trasferisci l’importo di 215 euro al mio indirizzo bitcoin (se non sai come fare scrivi a Google: Compra Bitcoin). Il mio indirizzo bitcoin è (BTC Wallet) è: 1PWMVQVS……». Quindi la promessa: «Dopo aver ricevuto il pagamento, eliminerò il video e non mi sentirai mai più. Ti do 48 ore per pagare. Non appena apri questa lettera, il rimer funzionerà e riceverò una notifica. Presentare un reclamo da qualche parte non ha senso perché questa email non può essere tracciata come il mio indirizzo bitcoin. Non commetto errori! Se scopro che hai condiviso questo messaggio con qualcun altro, il video verrà immediatamente distribuito. Auguri!».
L’idea di essere sotto ricatto, alla mercé di un criminale senza scrupoli che ha accesso ad una serie di informazioni riservate e di dati sensibili, getta nel panico anche coloro che sanno di non aver fatto quello che l’email pirata dice di poter provare. Il sospetto che possa essere un inganno, una grande bugia si scontra con il timore che il cyber criminale abbia potuto avere effettivamente accesso alla «scatola nera» rubando o manipolando parti del suo contenuto. Trascorrono i due giorni indicati dall’intimazione del ricattatore e la vittima barese che ha ricevuto la email minatoria, titolare di una impresa con diversi dipendenti, ancora intento a sfogliare la margherita «denuncio, non denuncio. Pago, non pago» si rende conto che non accade nulla. Il pericolo pare scampato e le contromisure legate a un sostanzioso rinforzo delle misure di sicurezza informatica rappresenterà a fine mese, nel bilancio aziendale un costo da aggiungere alle voci di spesa. Attraverso la pagina facebook «Una vita social» lo scorso dicembre aveva fatto sapere agli utenti della rete che era in corso in quelle settimane una «campagna di email phishing» un attacco per via telematica su ampia scala con lo scopo di gettare le basi di un maxi ricatto a luci rosse. Una specie di grande pesca a strascico con gli hacker pronti a tirare in secco le reti e fare la conta di quanti, impauriti, avrebbero versato all’indirizzo bitcoin indicato 259 euro in criptovaluta. Ora evidentemente i cyber criminali sono tornati a lanciare i loro ami verso account di utenti baresi con uno sconto sulla somma richiesta solo tre mesi or sono, scesa a 215 euro. Si tratta di un finto hackeraggio, una truffa che poggia le basi su un grande bugia: i ricattatori non hanno nessun dato, nessun filmato, vogliono solo soldi.

Questo genere di truffe a sfondo sessuale in rete sono una costante in crescita. I pirati sfruttano il fatto che nessuno vorrebbe rendere pubblica la propria cronologia se gli è capitato di accedere anche solo per errore o rispondendo ad un messaggio, a un sito per soli adulti. Quando si riceve una email del genere, spiega la Polizia Postale, in realtà non abbiamo subito nessun attacco informatico. Il più delle volte l’unico elemento autentico è rappresentato dalla password – anche precedente e non più utilizzata – dell’account virtuale, password della quale i criminali sono entrati in possesso sfruttando presumibilmente i numerosi mercati neri presenti sul darkweb. Tutto il resto è una invenzione.
Siamo quindi difronte ad una nuova ondata di lettere minatorie spedite a centinaia di caselle di posta elettronica. L’ennesima, in anni che segnano un vero e proprio record di ricatti sul web. La sextortion in Italia è d’altronde un reato in crescita esponenziale, le cui vittime sono generalmente persone di sesso maschile (poco meno del 92% nel 2017) di ogni età ed estrazione sociale. La Polizia postale e delle comunicazioni ha dedicato a questo fenomeno un pool investigativo ad hoc sin dal 2015. Le denunce sull’intero territorio nazionale sono aumentate. Un esempio? Bologna nel 2016 - anno record - è stata la provincia in cui sono state presentate più denunce ben 146, a seguire Milano (140), Roma (136), Napoli (125), Palermo (112), Firenze (82), Torino (82), Genova (77) e Bari (69) sempre presente negli ultimi anni nella top ten delle città dove più si denuncia.

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