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BARI - Stritolato, schiacciato, come accadrebbe a un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Francesco Barbieri, assassinato la sera del 7 gennaio del 2017 in via Prezzolini a Japigia era, nel suo piccolo, un uomo d’affari. Stando alla ricostruzione della Dda e degli investigatori della Squadra Mobile, prima di venire ammazzato, era riuscito a mettere in piedi un giro di spaccio in grado di «fatturare» centinaia di migliaia di euro a settimana. Nel suo portafoglio clienti, ci sarebbero stati più di 300 numeri di telefono. Il suo «business marketing» si basava su una gestione degli ordini rapida ed efficiente e una cura delle relazioni con i clienti che gli consentiva di creare la domanda e conoscerne i benefici relativi. Tutto questo grazie ad una rete capillare ed estremamente efficiente di venditori al dettaglio, porta a porta, arruolati tra le famiglie della piccola criminalità di Japigia. Il suo era un business a colori e pieno di fantasia in cui «la nera» era il nome dell’eroina, «la bianca» la definizione utilizzata per la cocaina, «la naturale» era la marijuana, poi c’era «l’erba pura» la marijuana albanese, «l’amnèsia» la marijuana olandese trattata. Poi c’era il «bob» ossia l’hashish e «il bob speciale» l’hashish gommoso «che si arrotola come una caramella e si fuma». Attraverso un collaudato sistema di trasferimento di chiamate, gestito insieme ai suoi collaboratori più efficienti, Michele Citarelli, 36 anni e Roberto Mezzina Troiani, 27, Barbieri era in grado di gestire un traffico telefonico da call-center. Gli investigatori, ad esempio, hanno rilevato che Citarelli e Mezzina Troiani, dopo aver ereditato i 300 e più numeri telefonici collezionati da Barbieri e aver preso in mano le redini dello spaccio, tra il 2 febbraio e il 3 aprile del 2017, sarebbero arrivati a sviluppare un traffico telefonico composto da più da 14mila conversazioni. Le cose andavano così bene che qualcuno, all’interno della mala di Japigia, avrebbe preso Barbieri per una mucca da mungere. E tra tanti padrini, «mammasantissima», picciotti e giovani d’onore che da quelle parti vivono di droga, Barbieri, che non era né un boss né un picciotto ma solo uno che aveva le mani in pasta e sapeva vendere bene la sua merce, ha finito per essere schiacciato.

Dagli atti dell’inchiesta che lo scorso 8 febbraio ha portato in carcere Citarelli e Mezzina Troiani, insieme ad altre sette persone, tra le quali spicca il nome di Antonio Busco, 36 anni, cresciuto all’ombra del clan Parisi, emerge che la vittima dell’agguato di via Prezzolini, «da circa un mese prima della sua morte aveva deciso di acquistare la cocaina da Busco anziché dai Palermiti e si è trovato ad essere, suo malgrado, vittima di una guerra intestina, rimettendoci la vita». Sempre secondo la versione degli inquirenti Busco, considerato figura di spicco della malavita di Japigia «in pieno sussulto criminale in seno al quartiere» si sarebbe «allontanato dai Parisi, pretendendo di gestire, da solo, l’intensa attività di spaccio». Un giro, si legge negli atti del procedimento che Busco, all’epoca, «gestiva in favore e per conto del sodalizio di Savino Parisi». Tanto emergerebbe dal contenuto delle intercettazioni telefoniche e ambientali della Squadra mobile. Non casuale, quindi, che l’omicidio Barbieri sia avvenuto proprio lì «piena zona di competenza di Busco». Quella sera di gennaio qualcuno gridò «A Bari la malavita non esiste più, se la prendono con i bravi ragazzi, non hanno coraggio». Forse la ragione per cui Barbieri, 40 anni, venne ammazzato sta tutta in questa frase, in questo urlo di dolore che partì da una piccola folla composta da parenti e amici, radunata vicino all’auto in cui giaceva il corpo senza vita di Franchino. Lo ammazzarono dopo averlo inseguito. Stava raggiungendo la moglie e i quattro figli riuniti con amici e parenti per una ricorrenza. Avrebbe dovuto essere una serata di festa. Era alla guida della sua Fiat Freemont e aveva gli assassini alle calcagna quando imboccò via Prezzolini. Raggiunto dai colpi perse il controllo dell’auto che finì contro il muro di recinzione dell’istituto Euclide. Morì poco dopo.

Alcuni pentiti hanno raccontato che il Barbieri sarebbe stato «un promesso» dei Palermiti, comprava la droga da loro e che un emergente della malavita del Libertà, tentò inutilmente, in quel periodo di imporgli di rifornirsi da lui. Franchino si rifiutò ma gli stessi collaboratori di giustizia sostengono che fu costretto a versargli una specie di polizza assicurativa dell’importo di 4mila euro. Lo stesso importo gli venne chiesto dal figlio di un altro boss di Bari Vecchia e la sua risposta, questa volta sarebbe stata lapidaria «Chi sono io, Babbo Natale?». Quindi venne ucciso. Dopo la sua morte Eugenio Palermiti, dicono fosse «incazzato nero» e commentò in questa maniera: «quelli non rispettano neanche le pietre». 

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