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Sono tornato a Bari dopo molti mesi con una gioia grande e segreta che mi ha spinto ad osservare tutto con rinnovato stupore, a cominciare dal panorama vestito a festa da un sole dispensatore di dolce arroganza, fino ai monumenti, il “mio” Teatro Piccini e le strade famigliari, la città vecchia, le case e le botteghe. Il corso. Il mare.

Non importa che il traffico sia caotico: io sono tornato e mi basta sospirare un poco e tentando di armeggiare in strade non troppo battute in cerca di requie. Invano. Scanso un monopattino che corre in controsenso, sul marciapiedi, inforcato da due giovinotti. Senza mascherina. Si dileguano in un altro senso vietato.

Ma, ecco l’evento. Lui guida la Vespa. Mi scuso di usare il nome celeberrimo del grande scooter che ha motorizzato l’Italia insieme alla simpaticissima Lambretta, in luogo del nome appropriato per questo mostro moderno potente e aggressivo: gli è che non mi riesce di sottrarmi alla tradizione e all’abitudine. E ignoro il nome vero. Dunque, lui, con regolamentare mascherina, guida la Vespa o quello che è, praticamente con la pancia. Ma, di fatto, la guida con fatica perché tra la pancia e il manubrio c’è la testa di un bambino. Naturalmente c’è anche il corpo del bambino, ma non si vede perché lui, il bambino, sta in piedi sulla pedalina. Sul sellino posteriore siede in postura da amazzone una donna, con mascherina sbilenca, recante un altro bambino in un braccio e un melone nell’altro. Il bambino si dimena, il melone no, sta fermo e gialleggia beato nel traffico cittadino. L’unico munito di casco è il bambino tra le braccia della donna, un casco strano, tutto colorato con scritte in Inglese. Lo scooter procede lesto e zigzagando nella strada intasata di automobili parcheggiate in doppia e tripla fila, strada di Bari, laboriosa città italiana.

Lui, quello che sembra il padre di famiglia, mi riconosce, rallenta e con voce timbrata e alta, sollevando la mascherina, dice alla moglie per far sentire a me: “Auànd a cud che v’ piac a tè e a mamt, cud d’ la television” (traduco?) e si ferma. Scopro con piccolo orgoglio di aver incontrato un’infinitesimale molecola dello “share” di Elisir. Il nucleo famigliare barcolla, il melone traballa, il bambino perde il casco. Lo raccolgo, sorrido per salutare e lo porgo alla signora che mi ricambia il sorriso. Mi permetto di far osservare che può essere pericoloso viaggiare in quel modo, in quattro su di un solo motoscooter, più il melone. Lui, il padre di famiglia ammette, concorda, ne conviene, ma, poi, obietta: “Devo andare da mia suocera”. In Italiano. Da un’accelerata per sottolineare quello che sta per dire e aggiunge, sempre in lingua, ma scuotendo il capo e facendo trapelare un’amara rassegnazione, “E, poi, siamo in Italia”. Perfetto. È un saggio di sociologia. Cominciamo dall’esordio: “Quello lì che piace a te e a tua madre quando lavora in televisione”. A lui, no, non piaccio, lui tollera, non capisce, ma tollera.

Poi spiega come in una commedia del teatro dell’assurdo, che sta andando dalla suocera, anzi, fa capire che porta la famiglia e il melone alla suocera. Non c’è nesso tra infrazioni, una decina, al codice della strada e visita alla suocera, ma lui lo vede, il nesso, anzi lo impone. Forse c’è, ma io sto ancora imparando.
Deve essere il familismo perverso e amorale, croce della nostra società. Il centauro considera la corvée famigliare un’attenuante, anzi un movente per violare leggi e norme stradali. Manca la frase di conclusione, “in cauda venenum”.
Ma arriva ed è sublime: “E, poi, siamo in Italia”. Il tono è rammaricato, quello di un Silvio Pellico senza malinconici corrucci, ma amaramente rassegnato. Non cito Manzoni di cui ho fatto saccheggio nella scorsa settimana. Ma m’è venuto in mente: la procedura logica è un capolavoro di sofistica: non è un rinvio geopolitico gratuito, non è una semplice giustificazione di un comportamento illegale invocando un contesto storico come causa d’uno spirito d’adattamento disperato che spinge a violare la legge.

È molto di più: è il ribaltamento di causa ed effetto, ovvero: l’Italia è quella che è perché tu vai in giro sulla moto con la famiglia, il melone e senza casco per tutti, sicuro dell’impunità e non è vero che tu sei costretto da un’Italia infingarda, ingiusta, senza leggi, senza giudici, senza senso civico, senza polizia a girare per la città come uno scriteriato. Perché leggi, giudici e polizia ci sono, ma sono quelle d’un paese che si ostina a considerarsi civile ed evoluto e, quindi, non si devono controllare uno per uno i cittadini e i meloni, costringendoli a comportamenti non sentiti come doverosi e non bisognevoli di carabinieri ad ogni angolo della città. E, finché si tratta di infrazioni così pittoresche al codice della strada, potrei sorriderne malinconicamente e aspettare i secoli necessari a veder le cose cambiate in meglio, ma, dato che si tratta di un segnale di una più vasta concezione della vita, della politica, del Paese, della convivenza, c’è di che preoccuparsi.

L’apologo moralista in cui sto trasformando l’acquerello grottesco di vita metropolitana rischia di rovinarmi la giornata, penso mentre vedo il potente (e costoso) trabiccolo allontanarsi in una nube di gas di scarico e sto per decidere di infischiarmene e di optare per l’indulgenza. Del resto, mi dico, il pittoresco personaggio è addirittura simpatico. Ma, poi, guardando bene, scopro che, sta guidando con una mano sola: con l’altra regge il telefonino. E parla. È troppo, anche se siamo in Italia: uno sfaglio, una leggera sbandata e il melone cade rovinosamente frantumandosi sull’asfalto in un lampo giallo. Vedo il sociologo improvvisato salvare il telefonino e un figlio e agitarsi mentre inveisce: deve avercela con la suocera. Sulla sua bocca leggo benissimo la parola “mam’t”. “Tua madre.”. La suocera. Un vocativo che cela una sfiancata rassegnazione, come una giaculatoria di una sola parola vernacolare. La moglie abbraccia l’altro bimbo, quello col casco.
Poi lui aggiunge, salutando i resti del “Cucumis melo” con una pedata: “La prossma volt u’ cask ngiùa mett au melon”.

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