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Fossimo al posto del presidente del Consiglio, Mario Draghi, assumeremmo in prima persona la regia delle politiche per il Sud. E ciò non per un atto di diffidenza nei confronti di tutti gli altri possibili addetti agli interventi di coesione, ma per una ragione, insieme, simbolica e sostanziale: lo stato centrale dev’essere impegnato al massimo livello nella soluzione del problema storico del Paese. Non può delegare le iniziative agli enti locali o alle varie piene di consulenti ben remunerati, come ha fatto negli ultimi 50 anni. Del resto, quello dell’unificazione economica dello Stivale, fu il compito che si autoassegnò Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), all’indomani della raggiunta unità politica della Penisola. Ma dopo poche settimane il Tessitore dell’Italia spirò, e il suo progetto si smarrì tra gli strappi e le lacerazioni dei poteri in campo.
Draghi, del resto, è il primo a sapere che la stagione migliore della Bassa Italia coincise, nel secondo dopoguerra, con i primi dieci-venti anni della Cassa per il Mezzogiorno, strumento congegnato giuridicamente dal dauno Donato Menichella (Biccari, 1896-1984) e diretto dall’irpino Gabriele Pescatore (1916-2016). Nell’affidare la sua creatura proprio a Pescatore, il grande Menichella l’accompagnò, come ha ricordato recentemente su queste colonne il professor Beniamino A. Piccone, con le seguenti profetiche parole: «Nessuno strumento, per quanto ben concepito, può dare risultati utili se non è affidato a mani sapienti e a coscienze rette».
Infatti. Fino a quando Pescatore operò in piena autonomia, la Cassa funzionò e realizzò molto, contribuendo ad accorciare il divario Nord-Sud. Quando le clientele politiche presero il sopravvento e le Regioni trasformarono il Mezzogiorno da problemone nazionale a problemuccio locale, la Cassa mutò pelle, trasformandosi spesso in una mangiatoia per i più famelici lupi di soldi pubblici. Addio riscatto del Sud. Addio ricucitura col Nord.
Ecco perché servirebbe un Grande Regista nazionale che riprenda l’opera di tessitura già assegnata da Cavour prima a sè stesso e successivamente ai suoi epigoni.
Solo Draghi possiede doti e attitudini per affrontare una simile sfida. Uno perché è Draghi, il più europeo tra i leader del Belpaese. Due perché conosce tutto quello che bisogna conoscere, a cominciare dalla finanza pubblica e dalla finanza privata.

Si obietterà che Draghi non è Mandrake e che non si può caricare su una sola persona l’intero fardello delle emergenze italiane. Ok. Nessuno è Mandrake, ma se sui propositi e sugli interventi per il Sud si dovesse avvertire un interessamento speciale da parte di Palazzo Chigi, di sicuro la situazione non potrebbe che evolvere, in meglio si capisce.
Peraltro, Draghi ha già scelto il suo aiuto regista, colui che, direbbe Henry Kissinger, risponde sempre al telefono se qualcuno lo chiama. È Roberto Garofoli, pugliese, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di fatto il ministro per l’attuazione del Programma. Potrebbe essere lui, sotto la supervisione di Draghi, il coordinatore delle politiche per il Sud, in modo da rafforzare l’azione della tenace ministra Mara Carfagna. In fondo a cosa dovrebbe mirare l’attuazione di un programma di governo, in Italia, se non alla riduzione del dislivello tra Nord e Sud? Cosa vi sarebbe di prioritario o di più importante?
I più attenti e suscettibili potrebbero osservare che di questo passo si arriverebbe in un battibaleno al commissariamento dell’intero Meridione. E dove sarebbe lo scandalo? Vogliamo o no affrontare il problema Sud senza sminuzzarlo in mille coriandoli?
Del resto, è l’Europa a chiederci di fare presto e bene. È l’Unione a dichiarare che il Mezzogiorno è un problema europeo più che italiano. È l’Europa a sollecitare uno sforzo straordinario per avvicinare l’Italia del Sud all’Italia del Nord. Né potrebbe essere altrimenti. A Bruxelles sanno che se salta il Sud, salta l’Italia e se salta l’Italia, salta l’Europa. Ergo, bisogna sudare da mane a sera per riunificare, economicamente parlando, la meravigliosa Italia.
E qui veniamo al punto dolente: la ripartizione dei soldi europei del Recovery Plan (e non solo quelli) da Merano a Lampedusa.
Attenzione. Non vogliamo trasformare la questione meridionale nella questua meridionale, ma non si comprende, ad esempio, perché i soldi stanziati per la sanità (dove il Sud, come dotazioni di assistenza sta messo molto peggio del Nord) siano pochini rispetto a quelli destinati all’ambiente o ad altre voci. Eppure la sanità dovrebbe essere il settore più sostenuto, dallo Stato, sul piano finanziario. Investire poco nella sanità significa investire poco nel Sud. Il che è davvero incomprensibile. Così come investire solo 82 miliardi per infrastrutturare il Meridione significa investire molto meno che per le infrastrutture del Nord. Vabbè. I meridionali non sanno spendere, non utilizzzano i fondi comunitari eccetera. Troppi sprechi. Troppe conventicole corruttrici. Vero (anche al Nord, però). Così come è vero che senza interventi legislativi tesi ad accelerare le decisioni dei governi, senza riforme di modernità, senza misure per la concorrenza, si può restare fermi, immobili per intere generazioni, con i cantieri sempre aperti e le opere viste solo col binocolo. Ma ciò non vuol dire che, in barba alle indicazioni dell’Europa, oggi il Sud meriti di ottenere le briciole finanziarie. O sfrutta adesso, come negli anni Cinquanta, l’opportunità di crescere, o non lo farà mai più.
Ecco perché servirebbe un playmaker per il Mezzogiorno, un giocatore capace di smistare il pallone a chi si piazza meglio per ricevere l’assist e proseguire verso la rete.
Ché, poi, questo assist dovrebbe essere favorito dalla semplificazione delle procedure per le opere. Altrimenti, per dirla con la buonanima di Menichella, nemmeno la buona volontà di menti sapienti e dicoscienze rette riuscirebbe a smuovere qualcosa in positivo.
Molti quotidiani si rincorrono, giorno dopo giorno, nello stabilire l’ordine di successione delle sfide di Draghi. Ci sono tutti i temi, dall’Alitalia alle pensioni, tutti i vocaboli, ad eccezione della parola Mezzogiorno, dove pure ci sarebbe qualcosa da dire, basti pensare alla persistente banda ultrastretta, altro che banda larga; basti pensare alla difficoltà di connettersi in rete (ancora con il rame), mentre la pandemia ha confermato la necessità imprenscindibile di un allineamento tecnologico Nord-Sud, a ingressi di fibra ottica.
Ecco perché suggeriamo a Draghi di trasformarsi nel Grande Regista della rimonta meridionale. La gente del Sud, che pure ha le sue colpe per aver selezionato nomenklature ora modeste ora rapaci, si attende un mezzo miracolo da Draghi. Per questo non vuole essere delusa. Teme che la Grande Occasione del Recovery Plan (piano di recupero) si trasformi nella Grande Delusione dell’Exclusion Plan (piano di esclusione). Tocchiamo ferro. Se i protagonisti, se i realizzatori del Recovery Plan saranno gli stessi protagonisti del Grande Immobilismo e del Grande Spreco che caratterizza il federalismo all’italiana, stiamo freschi.

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