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In Puglia e Basilicata

L'editoriale

Com’era il primo giorno di scuola senza gel né mascherine

Com’era il primo giorno di scuola senza gel né mascherine

Certo è vero, solo chi è colto è veramente libero, ma adesso i «fratelli» a tempo, i compagni di banco, se ne staranno a un metro di sicurezza, non ci saranno baci, abbracci, carezze

31 Agosto 2020

Roberto Calpista

«Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente». Una campanella di fine ‘800 narrata così dal «buono» del libro Cuore, Enrico Bottini.
Chi scrive, per ovvie ragioni anagrafiche, non era ancora nato. Nacque molti decenni dopo, in un’altra era geologica rispetto tanto a De Amicis, quanto a Lucia Azzolina, attuale ministro, pardon ministra, di quella che fu la Pubblica Istruzione.
Caro diario: elementari, scuola Don Bosco, quartiere Libertà, Bari. C’erano i grembiuli, neri per i maschi e rosa per le femminucce, classi separate, mannaggia. I figli della borghesia, non ancora spazzati dal cambio lira/euro e da Equitalia, si riconoscevano dal colletto bianco, il fiocco, lo scudetto spocchioso.

I poveri, con famiglie che gestivano con oculatezza il pochissimo denaro, avevano solo il grembiule. I ciucci il fiocco lo portavano storto o sfatto; quelli bravi, che erano sempre pettinati, ben dritto. Poi i ciucci non ridevano mai, soprattutto se anche poveri, o lo facevano nel momento sbagliato. I primi della classe si riconoscevano invece dall’eterno e odioso sorrisetto.

La maestra aveva i piedi straordinariamente lunghi e indossava vesti di lana pesante ma con la gonna audace per i tempi. Il compagno di banco, che ora fa il magistrato, aveva i capelli corti e ricci, ma non portava il colletto, era anche amico e il pomeriggio si facevano i compiti insieme e poi si giocava. All’ingresso c’era sempre folla, come ai tempi di Bottini: mamme, padri, nonni, nonne, fratelli grandi. E prima della campanella si giocava a pallone. Nella cartella, oltre ai quaderni, libri e astuccio (altro indicatore della classe sociale), la merenda, un quarto di focaccia o, per qualcuno, pane e verza fatti in casa . Il virus non c’era e nemmeno il riscaldamento negli istituti. D’inverno si gelava e ci si raffreddava. Poi venne il colera, e le scuole chiusero fino a novembre. La compagna bella non ti filava; quella racchia si innamorava e ti guardava sempre. Ma viceversa anche.

La maestra quando, spesso, si spazientiva dava le bacchettate sulle mani scegliendo a casaccio una vittima tra gli asini: mai però se questi erano figli di medici, avvocati, notai, giornalisti, commercianti del centro.
I banchi erano di legno nero e puzzolente di catrame, con le caccole attaccate sotto da chi c’era passato l’anno prima e da chi prima ancora. I banchi monoposto, quelli con le rotelle erano fantascienza.
La scuola, diciamocelo, non piace quasi a nessuno, forse nemmeno a chi ci lavora. E se qualche alunno/alunna che sia, appare felice, gli altri lo guardano con sospetto. Per gli studenti, diciamocelo, il momento più bello è quello del suono dell’ultima campanella; il giorno preferito il sabato; l’ora più triste alla domenica sera, quando sul groppone si carica un’altra settimana.

Mezzo secolo dopo, ora, il 14 settembre 2020 (in Puglia il 24) cambia tutto. I banchi, già detto, saranno monoposto, distanziati. Per lo meno così dovrebbero essere se la poderosa macchina organizzativa italiana fa in tempo - ne dubitiamo assai - a mettersi in moto. Ci saranno le mascherine, i gel per le mani, la merenda sigillata e consumata lontano dagli altri. Si entrerà e si uscirà a scaglioni e non ci saranno i nonni ad attendere. Anzi i nonni non ci saranno proprio più, troppo a rischio.
Diceva Victor Hugo che «colui che apre una porta di una scuola, chiude una prigione». Il virus in sei mesi ha fatto quello che in un Paese indolente qual è il nostro, accade in cent’anni, se accade. Certo è vero, solo chi è colto è veramente libero, ma adesso i «fratelli» a tempo, i compagni di banco, se ne staranno a un metro di sicurezza, non ci saranno baci, abbracci, carezze.

Gli istituti veneti in vista dell’anno scolastico più difficile dal dopoguerra, hanno messo nero su bianco una guida per il «bravo genitore». In pratica si tratta di insegnare ai figli l’uso della mascherina, a lavarsi le mani, usare i disinfettanti della cute e, purtroppo, a diffidare dei compagni. Certo se mamma e papà sono quelli che si sono riempiti di debiti per farsi infettare sulla Costa Smeralda, piuttosto che in Grecia, siamo messi male. Se sono tra i pochi che magari le vacanzucce, con prudenza e cautela, se le sono pure fatte e ne sono usciti in salute, allora ben venga la parte ragionevole di tali consigli, in classi senza amori e senza amici. Un anno in cui - sappiatelo - sarà impossibile copiare (benedetto WhatsApp).

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