La tesi dell’accusa è che i fratelli Pisicchio abbiano sfruttato la loro influenza politica sul Comune di Bari per aiutare un imprenditore amico in cambio di soldi, regali e assunzioni. E anche per questo il processo che partirà domani (con un rinvio) nei confronti dell’ex assessore regionale Alfonsino, del fratello Enzo e di altre otto persone - accusate a vario titolo i turbata libertà degli incanti, corruzione, truffa aggravata allo Stato e falso materiale - vedrà al banco una sfilza di testimoni eccellenti. Tutti traslocati - dall’epoca dei fatti a oggi - da Palazzo di Città alla Regione.
Il nodo centrale è il presunto patto illecito tra i Pisicchio e l’imprenditore Giovanni Riefoli, vincitore dell’appalto da 5,5 milioni per i tributi minori del Comune di Bari. Ed è proprio la difesa dell’ex assessore regionale all’Urbanistica e leader di Senso civico ad aver citato l’allora vicesindaco Eugenio Di Sciascio e l’allora direttore generale Davide Pellegrino, nel frattempo nominati vicepresidente e capo di gabinetto della Regione. La difesa dell’allora dirigente dei Tributi, Francesco Catanese (avvocati Giuseppe Fiorito e Carmelo Piccolo) ha invece indicato 14 nomi tra cui numerosi dirigenti di vertice del Comune e anche l’allora assessore al Bilancio, Alessandro D’Adamo, un «tecnico» poi costretto alle dimissioni dopo il coinvolgimento in una inchiesta relativa a presunte irregolarità nella gestione di fondi europei per la formazione...
















