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Il Mezzogiorno e la borghesia industriale da rifondare

L’Italia ha bisogno di una classe dirigente che sappia guardare ai problemi del Paese e del Sud in particolare con una mentalità opposta a quella impostasi finora

Il mezzogiorno e la borghesia industriale  da rifondare

Gli chiede il giornalista: presidente Carlo Bonomi, quali errori avete commesso voi industriali in passato? La risposta del neopresidente di Confindustria: «Uno, innanzitutto: il Sud. Ne abbiamo parlato, ma avremmo dovuto fare di più». Un’analisi-lampo, franca e autocritica, e soprattutto veritiera. Se lo stato centrale ha concepito il Sud più come un serbatoio clientelare buono per gli appuntamenti elettorali che come un’area da avviare alla competizione a tutto campo, le imprese private (non tutte, ovviamente) hanno sovente concepito il Sud come un’occasione per alimentarsi nella mangiatoia della spesa pubblica, sotto la protezione del più grande datore di lavoro e prebende che si conosca (lo stato, appunto).

Hanno approfittato, nel Meridione, delle «scelte tragiche» promosse dalla classe politica, sia i forti gruppi industriali del Nord sia i deboli gruppi industriali del Sud. Risultato: un pingue dividendo elettorale per gli artefici (pubblici e privati) del «capitalismo inquinato» già denunciato dal coraggioso economista Ernesto Rossi (1897-1967) negli anni Cinquanta e Sessanta; un magro dividendo economico per le casse dello stato, per il Mezzogiorno e per il restante sistema imprenditoriale nazionale.

Bisognerebbe voltare pagina, allontanandosi da quei vizi e peccati, tuttora diffusi, contro cui tuonavano i tipi solitari come Rossi e Luigi Einaudi (1874-1961). Ma non è facile. Quando la commistione tra oligopolismo politico e oligopolismo finanziario raggiunge livelli sistemici, neppure una rivoluzione riuscirebbe a invertire l’andazzo. Di conseguenza non rimane che sperare in un progressivo rinsavimento generale o in un inatteso colpo di scena che trasformi i sodali del malgoverno negli alfieri del buongoverno.

E pensare che il Mezzogiorno non è povero o avaro di materia grigia, né è privo di geni imprenditoriali. Al contrario. Ce ne sono tanti, di meridionali, che sudano e studiano il triplo nei loro paesi di nascita e ce ne sono tantissimi che si affermano altrove, lontano da casa. Il barlettano Leonardo Del Vecchio, l’uomo più ricco della Penisola (50mo al mondo), è il simbolo di chi, partito, da piccolo, dal Sud, va, si trasforma in un gigante (occhiali) dello Stivale e successivamente della sfera terrestre. Adesso Del Vecchio, fondatore e patron del colosso multinazionale Luxottica, si accinge a scalare l’Olimpo della finanza italiana, ossia quella Mediobanca, che significa pure Generali, legata alla figura leggendaria di Enrico Cuccia (1907-2000), da tutti ritenuto, per decenni, il padrone dei padroni.
Del Vecchio, nato poverissimo, presto orfano di padre e affidato dalla madre al collegio dei Martinitt, ha dimostrato che si può raggiungere una posizione preminente nel Gotha del capitalismo mondiale, senza frequentare i salotti e le anticamere della politica, ma affermandosi solo con la lungimiranza delle idee e la qualità dei prodotti. La sua biografia è roba da film, anche perché, nonostante gli 85 anni suonati, il Nostro non ha alcuna intenzione di deporre le armi (finanziarie) per mettersi a giocare a bocce.

Fare come Del Vecchio sarebbe già un buon punto di partenza per chi vuole ammodernare il capitalismo italico, che spesso vede il mercato (cioè la libertà) come un nemico e la protezione (cioè la sottomissione) come il vero obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Ma per chi dovesse giudicare troppo ambizioso il proposito di emulare il sovrano dell’occhialeria, sarebbe sufficiente dare una lettura ai testi dei due autori sopra citati: Luigi Einaudi ed Ernesto Rossi. Due spiriti liberali e antimonopolisti che, non a caso, ebbero relazioni tutt’altro che affettuose con i vertici confindustriali del tempo.
Non sappiamo se Bonomi condivide le critiche che Einaudi e Rossi rivolsero ai suoi predecessori alla guida degli imprenditori italiani. Sappiamo solo che egli non ama gettare il can per l’aia o aggirare l’ostacolo con estenuanti giri di parole che non dicono nulla, il che dovrebbe portarlo a non assolvere il «capitalismo dimezzato», made in Italy, dai suoi storici disvalori che ancora resistono: protezionismo, corporativismo, collateralismo, governativismo. assistenzialismo, statalismo.

L’impresa non è, né deve essere una vacca da mungere per fini personali che esulino dall’obiettivo di creare valore per l’impresa medesima. Del resto, se si crea valore per l’impresa, i primi a beneficiarne sono tutti quelli che vi danno l’anima, dagli azionisti agli amministratori fino all’ultimo dipendente.
Conclusione. L’Italia ha bisogno di una classe dirigente che sappia guardare ai problemi del Paese e del Sud in particolare con una mentalità opposta a quella impostasi finora. E della classe dirigente è «magna pars» la borghesia industriale. Borghesia industriale anch’essa meritevole di una profonda rifondazione.

Bonomi ha ragione quando dice che è inaccettabile il sentimento anti-impresa diffuso nei vari palazzi: di questo passo addio ripresa. Ma non tutti gli imprenditori possono scagliare la prima pietra. I prenditori di rendite e privilegi di sicuro no.

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