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Lo sport, l'entusiasmo per il gesto sportivo, possono essere un vaccino potentissimo.

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Nella storia del calcio mondiale ci sono state tante «partite della paura». La definizione è certo abusata nel linguaggio sportivo pensando agli scontri diretti per evitare retrocessioni o eliminazioni da campionati o coppe. Abbondano memorabili e illustri precedenti letterari e cinematografici. Su tutti ricordiamo la rovesciata di Pelè in Fuga per la vittoria, film di John Houston. Un'acrobazia del fuoriclasse brasiliano permette ai prigionieri Alleati di pareggiare la «partita della paura» contro i nazisti a Parigi e di salvare la vita fuggendo.
A proposito di fuoriclasse, e di «partite della paura», ieri sera è toccato a Lionel Messi segnare un gol, sia pure immaginario, contro il coronavirus, avversario temibile quanto il nazismo. La sua presenza in campo, come quella di Pelè, come quella di Maradona suo illustre antenato sulla rotta calcistica Buenos Aires-Barcellona-Napoli, ha trasformato la «partita della paura» Napoli-Barcellona di Champions League nella «partita della vita».

Mai come in questo momento, nello sport e non solo, servono simboli, servono esempi. Attenzione, anche qui niente slogan né definizioni abusate. La scelta di non cedere al contagio del virus del terrore presa da Uefa e squadra catalana, dal club azzurro e soprattutto dalla città di Napoli rappresenta il «gesto sportivo» dell'anno. Un anno che si è partito sotto pessimi auspici, visto che notizie dell'ultim'ora parlano addirittura di un possibile rinvio delle Olimpiadi di Tokyo per l'inarrestabile ascesa del Covid-19.

«Vedi Napoli e poi muori». Quanta ironia poteva grondare dai social in questi tempi di «peste manzoniana», che di pestifero hanno soprattutto l'isteria massmediatica, che rovesciano il mondo fino a farci leggere misere nemesi per nulla ironiche: «Non si affitta ai settentrionali». Fino a tal segno si può arrivare sui social? Purtroppo sì. Ed è un falso storico, prima che un'offesa. Perché mai a una donna e a un uomo del sud verrebbe in mente di scrivere quel cartello. Non è un caso che papa Bergoglio, anche lui argentino come Messi, come Maradona, ha dichiarato Bari «capitale dell'unità». Non a caso Messi e compagni si sono sentiti a casa a Napoli.

L'abbraccio tra tifosi azzurri e catalani, il video postato sul profilo ufficiale Twitter del Barcellona, quel viaggio per i vicoli della città partenopea, attraverso le bellezze urbane e umane, la magia del match di Champions League, il tifo, il colore, il calore sono stati il miglior antidoto contro la paura e la conferma che nessun virus, e meno che mai quest'ultimo in giro per il pianeta, potranno mai sconfiggere l'uomo quando torna alla sua dimensione più pura, quella del gioco e dell'ingenuo entusiasmo per una palla che rotola su un prato verde.
Ecco il prato verde, colore della speranza. Un grande giornalista sportivo, Vladimiro Caminiti, scriveva che il racconto di una partita deve cominciare proprio da lì, dal verde del prato e dall'azzurro del cielo. Il racconto di Napoli-Barcellona, allo stadio San Paolo, è partito anzitutto dall'abbraccio tra tifosi e dall'abbraccio a Lionel Messi. Un abbraccio aperto, largo, senza la paura di dover indossare nessuna mascherina. Senza barriere. Perché lo sport, l'entusiasmo per il gesto sportivo, possono essere un vaccino potentissimo.
Ieri sera il cielo di Napoli era sereno. Rappresentava un auspicio: uniti, nel segno fraterno del calcio, non più scontro, gli uomini possono essere contagiati dalla gioia di vivere e vincere qualsiasi partita. Soprattutto la «partita della paura».

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