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La scuola ha fermato l'ascensore sociale

La scuola ha fermato l'ascensore sociale

«È merito della scolarizzazione se la borghesia ha potuto erodere potere alla nobiltà. È merito della scolarizzazione di massa se i ceti più umili hanno potuto sovvertire la primordiale condanna esistenziale»

30 Giugno 2019

Giuseppe De Tomaso

Prima della rivoluzione industriale l’ascensore sociale non esisteva. Anzi, non esisteva nemmeno l’idea di uno «strumento» che potesse consentire ai meno fortunati di ambire a gradini più alti nella scala della ricchezza. La dittatura della culla era più spietata di una strega: chi nasceva povero, povero restava anche qualora madre natura gli avesse dato in dote un surplus di materia grigia. La rivoluzione industriale, come rileverà lo stesso Karl Marx (1818-1883), darà uno scossone (benefico) a un sistema sociale pietrificato da secoli, dissestando un principio dinastico che pareva destinato pure al privilegio dell’eternità.
Ma la rivoluzione industriale non si sarebbe mai imposta come tale, o sarebbe rimasta un stagione interrotta, senza la diffusione dell’istruzione, senza il moltiplicarsi delle scuole e dei centri del sapere.

Saranno la scuola e la cultura in genere gli autentici lieviti della rivoluzione economica e, di conseguenza, i motori sempre accesi dell’ascensore sociale. I risultati si sono visti. È merito della scolarizzazione se la borghesia ha potuto erodere potere alla nobiltà. È merito della scolarizzazione di massa se i ceti più umili hanno potuto sovvertire la primordiale condanna esistenziale.
Oggi è più di un luogo comune ripetere che la scuola del passato era un concentrato di classismo e conservatorismo. Sarà. Ma, se così fosse, bisognerebbe spiegare perché l’ascensore sociale ieri era sempre in funzione mentre oggi è fermo come un convoglio scassato, anzi quando si muove si muove sempre per arretrare, mai per avanzare.
Non sarà che è la scuola il vero spread italiano? Meglio, non sarà che è la scuola dei diritti e di nessun dovere la causa principale della decadenza economica italiana e, di conseguenza, del dislivello di crescita tra noi e il resto d’Europa?

Probabilmente il deficit scolastico non è l’unica causa del declino nazionale, di sicuro è la più significativa. Il fermo dell’ascensore ne costituisce la spia più convincente.
Chi nutrisse qualche dubbio sul nesso di causa ed effetto tra la scuola e la crisi generale del Belpaese farebbe bene a leggere l’ultimo libro di Ernesto Galli della Loggia, dal titolo L’aula vuota (235 pagine, Marsilio editore, 18 euro). È una requisitoria implacabile contro gli artefici del disastro, forse, più grave mai perpetrato da una catena di élite (si fa per dire) di governo.
Ma il bello, cioè il brutto, è che non c’è mai limite al peggio, dal momento che ogni riforma del settore ha sempre peggiorato la situazione preesistente, fino al punto che oggi la scuola si è trasformata di fatto in un passatempo anti-studio. Chi vuole studiare viene guardato a vista, segnalato come un pericoloso sovversivo. Chi vuole «fare studiare» viene giudicato il solito reazionario che non vuole arrendersi ai nuovi tempi. Chi vuole fare capire a molti genitori bulli che è interesse della loro prole aprire i libri, anche o soprattutto, a casa, deve cautelarsi a dovere, pena il rischio di patire un’aggressione non soltanto verbale.

Un mondo alla rovescia. Ci si lamenta del fatto che l’ascensore sociale non riparte, ma poi ci si scaglia con furore contro chi vuole dare energia all’abitacolo della fiducia, della speranza e dello sviluppo. Chi sono, allora, i veri reazionari? Chi rema contro le classi deboli: quelli della scuola severa o quelli della scuola del cento per cento di promossi?
Né i vari governi dimostrano di rendersi conto delle terribili conseguenze provocate dalla loro neghittosità e dal loro scarso senso di responsabilità nei confronti dell’istruzione. La spiegazione è facile e attiene al cinismo congenito alla politica: se la sanità non funziona, chiunque se ne accorge in tempo reale; ma se non funziona la scuola, chiunque dovrà attendere parecchi anni prima di prenderne atto. Ecco perché il tema istruzione viene trattato con estrema superficialità: troppo diluita nel tempo è la verifica di una novità.

In ogni caso, ogni novità sembra fare a pugni con la logica e con la necessità di irrobustire le conoscenze, il sapere dei ragazzi. E che dire del linguaggio gergal-corporativo, sempre più intriso di sociologismi e pedagogismi, così, tanto per stupire l’uditorio e cercare di strappare l’applauso. L’insegnamento? Chissenefrega. Meglio i fatidici e fantomatici «progetti». Meglio ancora preparare un’altra riforma. Una nevrosi riformista - il vento che imperversa nella scuola - che meriterebbe di essere studiata dalle migliori teste della moderna psicanalisi.

Infine il distacco dalla realtà, che non esclude neppure il mondo delle università, quello propedeutico al mondo del lavoro. Il ministro dell’istruzione Bussetti ha annunciato «più posti alla facoltà di Medicina» per cercare di rimediare alla drammatica penuria di medici. Si è dimenticato, il ministro, un piccolo particolare. La questione vera, a Medicina, non è il numero delle matricole contingentate, ma la penuria delle borse di specializzazione. A che serve aumentare gli accessi a Medicina se poi a molti laureati verrà precluso l’approdo alla professione medica, visto che la cifra, assai bassa, degli specializzandi la decide un pianificatore? Non sarebbe più saggio e più giusto liberalizzare le specializzazioni? Non bastano le emergenze di queste settimane (medici pensionati richiamati in corsia per coprire i vuoti di organico) per capire, una volta per tutte, che nessun pianificatore possiede le informazioni necessarie per prendere una decisione felice? Che cosa serve per comprendere che incrementare le iscrizioni a Medicina senza rialzare il ventaglio d’ingresso alle scuole di specializzazione post-laurea significa aggiungere beffa a beffa, frustrazioni a frustrazioni?

L’istruzione e i vari tipi di scuola dovrebbero essere laboratori di razionalità. Invece, la classe politica se ne occupa (quando se ne occupa) con il piglio dell’apprendista stregone, tanto nessuno la inchioderà alle sue responsabilità, anche perché il senso comune dell’opinione pubblica si è adagiato verso un’autolesionistica sottovalutazione del problema.
Da anni l’Europa chiede all’Italia di fare i compiti a casa in materia economica. Avrebbe fatto meglio, l’Europa, a imporre i compiti a casa in materia scolastica e accademica. Per invertire la rotta che l’intera nazione ha imboccato da decenni.

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