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La lettera delle Nazioni Unite al Ministro degli Esteri Moavero Milanesi per chiedere all’Italia di ritirare le direttive del Viminale sul salvataggio in mare dei migranti ed interrompere l’approvazione del decreto sicurezza bis non agevola il ripristino della serenità all’interno della maggioranza. Clima già provato da settimane di tensioni e litigi. Non entriamo nel merito della “reprimenda” dell’Alto commissariato dell’Onu che fa riferimento ai rischi per i diritti umani dei migranti, inclusi i richiedenti asilo, ed a quello che viene definito “clima di xenofobia”. Ci limitiamo a considerare gli effetti politici di questa iniziativa alla vigilia di un Consiglio dei Ministri che, se confermato, potrebbe essere tra i più insidiosi, perché si svolgerebbe a pochi giorni dal voto europeo.

Salvini, che ha invitato l’Onu ad occuparsi del Venezuela e che ha ricordato al suo interno presenze imbarazzanti per i diritti umani come Corea del Nord e Turchia, parlando sabato scorso dalla piazza di Milano si è proposto come leader dell’internazionale sovranista, ma ha evitato di polemizzare con Di Maio. Il leader dei Cinque Stelle ha ricambiato bollando come critica preventiva e surreale l’uscita delle Nazioni Unite, evidenziando altresì che tra lui e i futuri alleati di Salvini in Europa sono ampie le distanze sia per quanto concerne le politiche migratorie, sia per quanto concerne quelle economiche. Almeno in apparenza, dunque, l’altro ieri e ieri si è tutto sviluppato in conformità alla tregua decisa nel fine settimana tra i due partiti contraenti il patto di Governo.

A voler andare a fondo, però, sia la vicenda Sea Watch, sia la lettera delle Nazioni Uniti metteranno Salvini in condizione di chiedere al Governo (sempre che il Consiglio dei Ministri si riunisca stasera), un segnale di unità su un tema incandescente come quello dell’immigrazione. Sicurezza, autonomia e flat tax, com’è noto, sono bandiere identitarie per la Lega. Essendo molto difficile pensare che in meno di una settimana si possano fare significativi passi in avanti sul regionalismo differenziato e sulla tassa piatta, è probabile che Salvini batta i pugni sul decreto sicurezza bis. Atteggiamento che comporterebbe, nel gioco delle azioni e delle reazioni, una ferma rivendicazione del provvedimento sulle famiglie da parte dei pentastellati. Provvedimento strategico per Di Maio che nelle ultime settimane con determinazione ha portato avanti il disegno di una svolta netta a favore del ceto medio, proponendosi come interlocutore della parte più moderata dell’elettorato italiano. Come sempre, spetterà al premier Conte mediare e questa volta la sua mediazione sarà più delicata che mai proprio per l’avvicinarsi del voto e per i nervi tesi dei giorni scorsi. È del tutto evidente, almeno rispetto a questa situazione, il condizionamento causato dalla campagna elettorale in corso. La Lega prova ad occupare la metà campo di gioco del centrodestra, volendo abbandonare la vecchia formula del passato (la foto a tre Salvini, Berlusconi e Meloni è ormai sbiadita) a vantaggio di un’area in cui si possano rendere sinergiche proposte tra loro omogenee, anche se al momento ancora competitive. Prendendo le distanze da Forza Italia e schiacciandola, almeno nella rappresentazione pubblica, sulle posizioni del patto del Nazareno, Fratelli d’Italia si muove nella stessa direzione del Carroccio. Intanto, i Cinque Stelle, impegnati a risalire nei sondaggi e a fare in modo che lo scarto con la Lega sia solo di qualche punto percentuale, continuano nella diffusione di un rinnovato storytelling politico che se da un lato agevola la realizzazione del processo di trasformazione da movimento di protesta a partito di governo e delle istituzioni, dall’altro crea le premesse per attrarre i voti di quell’elettorato di centrosinistra che potrebbe preferire Di Maio a Zingaretti, muovendosi in continuità con la forte aspirazione al cambiamento presente all’interno del tessuto sociale già dall’anno scorso. La diversità di vedute su molti temi tra Lega e Cinque Stelle si spiega soprattutto in chiave di competizione elettorale, anche se è tutta da verificare la ricaduta di questa situazione sul futuro del Governo e della legislatura. Riepilogando, Cinque Stelle e Lega sono concorrenti all’interno della vasta area del cambiamento dell’Italia e dell’Europa. Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono concorrenti nella ricerca del consenso da parte dell’elettorato di centrodestra. Cinque Stelle e Pd sono concorrenti, infine, rispetto all’alveo (molto dinamico e fluido) degli elettori di centrosinistra. La posta in palio a livello nazionale è molto alta, sia se si considera il rapporto di forza interno alla maggioranza, sia se guarda al tentativo di riorganizzazione del fronte dell’opposizione e agli scenari futuri. Il che potrebbe voler dire dopodomani o anche più semplicemente domani. È questo il motivo per cui quello di domenica prossima appare per metà un voto italiano e per metà un voto europeo.

A ben vedere, la divisione in due parti della valenza dell’appuntamento del 26 maggio rappresenta un limite, attesa la rilevanza (e la diffusione) della spinta riformatrice dell’Unione europea. Sono, infatti, tutti d’accordo nel ritenere improrogabile il processo di rinnovamento dell’Europa, specie se si vuol reagire alle pulsioni centrifughe manifestate ripetutamente da più parti e in più contesti socio-culturali. Il problema è con quale schema o formula, attraverso quali maggioranze, in quali tempi e con quali priorità programmatiche. Un tema questo che andrebbe affrontato riducendo il peso del condizionamento dovuto alle vicende interne ai singoli Paesi e confrontando soluzioni ed idee, ma sempre dopo aver stilato l’elenco delle questioni reputate più urgenti dall’opinione pubblica. Rispetto alle prime elezioni europee avvenute nel 1979 non esistono più le categorie di “destra”, “centro”, “sinistra” che hanno rappresentato le infrastrutture ideologiche del secolo scorso. La politica oggi non solo deve fare i conti con nuove mappe concettuali e nuovi strumenti di conquista e gestione del consenso. Ha all’obbligo di misurarsi non più su singoli temi, ma su questioni assai complesse dal punto di vista istituzionale, giuridico, economico e culturale. Alla complessità si aggiunga la disomogeneità dei 27 Paesi, specie dopo gli allargamenti di questi ultimi anni. La sfida più grande è, perciò, quella di far stare insieme Stati diversi, senza che le rispettive identità si annullino. Tutto ciò avendo cura di non dimenticare i nuovi equilibri geopolitici e geoeconomici, così come determinati dal protagonismo di Stati Uniti, Russia e Cina.

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