Lunedì 19 Novembre 2018 | 22:31

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La tragedia di Desirée e il concorso di colpe

Una storia dura quella di Desirée, nata da una quindicenne (figlia di un sindacalista e di una cancelliera della procura di Latina) ed insofferente ai pur pochi controlli familiari

La tragedia di Desirée e il concorso di colpe

Ha sollevato molto clamore la vicenda di Desirée Mariottini, la sedicenne drogata, stuprata e uccisa da un branco di immigrati clandestini nel quartiere San Lorenzo a Roma. Da parte di tre dei quattro arrestati sarebbe stata pronunciata, stando a quanto riportato nell’ordinanza del gip, la seguente frase: “meglio che muore lei, piuttosto che finiamo noi in galera”. Parole che dimostrano come abbiano agito questi soggetti abituati a vivere senza remore, senza regole, senza il minimo di considerazione della vita altrui. Un episodio che va interpretato seguendo la traiettoria analitica del concorso di colpe, secondo categorie rilevanti sotto il versante sia giuridico, sia sociologico. La gerarchia con la quale le responsabilità verranno elencate è utile da un lato per evitare il rischio di omologazioni nella valutazione complessiva di azioni ed omissioni, dall’altro per rintracciare la sequenza delle priorità sulle quali intervenire.

La prima e più importante colpa è in capo agli autori di questa condotta “bestiale” avvenuta in deroga alle leggi dell’appartenenza al genere umano, prima ancora che a quelle del diritto penale. Una volta accertate le responsabilità secondo le regole dello stato di diritto è necessario che si giunga ad una condanna esemplare e che arrivi un segnale chiaro per quanti si sono convinti che in Italia possono essere commessi reati gravissimi (in questo caso omicidio, violenza sessuale, cessione di stupefacenti), facendola franca o facendo la spola fra penitenziari e strada.

La seconda colpa è in capo a chi nel corso degli anni ha consentito che interi quartieri metropolitani si trasformassero in aree di degrado sottratte al controllo delle istituzioni. Aree in cui potessero proliferare comportamenti al di sopra della legge. Uno degli argomenti utilizzati da chi contrasta l’uso del pugno di ferro contro l’immigrazione clandestina è che la realtà percepita è una sorta di “realtà aumentata”, ingigantita cioè da situazioni che nella dimensione vera dell’esistenza sono meno gravi e meno pericolose di quelle oggetto di rappresentazione all’interno della sfera pubblica mediata. È sostenibile questa tesi di fronte alla fine violenta e triste che ha fatto Desirée? Possiamo immaginare di far prevalere la logica fredda dei dati sulla reazione emotiva che scaturisce da sentimenti di rabbia, paura, insicurezza che si provano in concomitanza di episodi come quello che qui stiamo analizzando? Già Immanuel Kant, che non ha certo sviluppato il suo pensiero filosofico in epoca di mass media e social network, aveva segnalato che gli esseri umani reagiscono non alla realtà così com’è, ma alla realtà così come viene rappresentata. Un episodio grave come quello di Desirée vale dieci, cento, mille situazioni di normalità, considerando almeno gli effetti a breve termine che si producono in chi prova a ricercare una qualche forma di equilibrio fra l’ambiente reale, frutto della percezione diretta, e l’ambiente simbolico esito, invece, della percezione ottenuta grazie all’attivazione di meccanismi ricostruttivi della realtà tramite l’uso di simboli condivisi, stereotipi e frame compresi. Serve una narrazione diversa rispetto a quella dei numeri e delle statistiche. Serve una narrazione che parta proprio dalla capacità che certe vicende hanno di generare conseguenze rilevanti sotto il profilo cognitivo, emozionale e conativo. Perché questi soggetti sono liberi di circolare indisturbati nelle nostre città? Come sono arrivati in Italia? Perché è così difficile rispedirli nel loro Paese d’origine? Sono questi gli interrogativi ai quali dare risposte, senza intonazioni demagogiche. È del tutto evidente che la politica in grado di entrare in sintonia con questi stati d’animo, ormai così diffusi e generalizzati, rappresenti non solo l’ambito privilegiato in cui canalizzare paure, sentimenti e risentimenti, ma anche quello in cui coltivare l’aspettativa di un futuro diverso.

La terza colpa è riscontrabile nel contesto familiare, sociale, culturale in cui ha vissuto Desirée. La descrivono come una ragazza fragile e ribelle, con la voglia di fuggire da una realtà che le stava stretta. Da Cisterna di Latina si recava spesso a Roma perché pare che nel suo luogo di residenza, dove suo padre faceva lo spacciatore, nessuno fosse disposto a vendergli anche solo uno spinello. Una storia dura quella di Desirée, nata da una quindicenne (figlia di un sindacalista e di una cancelliera della procura di Latina) ed insofferente ai pur pochi controlli familiari. Un rapporto assai complicato con il padre, tormentato con la madre, la droga usata come reazione alla sofferenza e come occasione di rifugio per sottrarsi ad apatia e frustrazione. Alcuni sostengono che i genitori non sapessero di questa vita parallela della figlia, la quale non a caso la sera del delitto aveva detto alla nonna che sarebbe andata a dormire da un’amica. Altri ricordano che la mamma aveva provato a mandarla in comunità, ma con scarso successo. Anche in relazione a questa terza colpa sono tanti gli interrogativi. Cosa ha fatto la famiglia di Desirée per evitare l’uso della droga e questa fine tragica? Cosa ha fatto la scuola dove l’adolescente laziale avrebbe dovuto costruire il proprio percorso formativo? Cosa ha fatto la parrocchia? Cosa hanno fatto i servizi sociali? Cosa hanno fatto i suoi amici per proteggerla e sottrarla a questo destino così crudele? Nessuno è “predistinato” al male. La nostra identità dipende dall’efficacia della strategia messa in campo dalle agenzie di socializzazione primaria e secondaria. Se solo si contrastasse con i fatti (e non solo a parole) il disegno della società individualizzata di cui parlano Bauman e Beck, se solo si capisse che l’ipertrofia dei diritti rappresenta l’anticamera di patologie sociali di cui la consapevolezza della reversibilità delle scelte è solo uno dei sintomi, se solo si combattesse la precarietà del principio di autorevolezza ed autorità del mondo adulto, allora sì che le cose comincerebbero ad andare diversamente.

Tanto tempo fa don Tonino Bello mi confidò di aver versato lacrime di tenerezza e di rabbia quando un giorno fu costretto a celebrare i funerali di un giovane senza lavoro, senza famiglia, senza amore, senza futuro, ucciso da un metronotte che aveva reagito al suo tentativo di rapinare un esercizio commerciale. Un giovane che egli aveva più volte incontrato e liquidato con qualche spicciolo e con uno scampolo di predica. Chiunque avrebbe considerato assolto il compito del sacerdote con la celebrazione del rito religioso. Lui no. Lui sentì il bisogno di assolvere quel giovane dalle pur palesi responsabilità, colpevolizzando tutti gli altri, persino sé stesso, per non aver saputo trovare il modo di sensibilizzare la società sulla necessità di coltivare per tutti un’autentica ragione di vita. Non è sbagliato ripartire da qui. 

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