Giovedì 20 Settembre 2018 | 10:58

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Una legislatura costituente per riscrivere le regole

Camera dei Deputati

Sapevamo tutti già prima del 4 marzo che, con l’assetto tripolare dello schieramento politico e l’attuale legge elettorale proporzionale, non avrebbe vinto nessuno. E lo sapevano in particolare i Cinquestelle che, dopo aver escluso qualsiasi meccanismo o correttivo maggioritario, avevano criticato il cosiddetto “Rosatellum” proprio per questa ragione. Di Maio e compagni sono gli ultimi, perciò, che possono meravigliarsi o indignarsi per lo stallo che s’è venuto a determinare anche a causa del loro “niet”.
Due “mezzi vincitori”, come sono in realtà il M5S e la Lega, non fanno una maggioranza né tantomeno un governo. In mancanza di un accordo più ampio, bisognerà tornare quindi alle urne.

Ma – non fosse altro che per una questione di tempi tecnici - non si potrà rivotare certamente a giugno, come reclama il candidato-premier pentastellato, mentre sarebbe opportuno approvare una nuova legge elettorale per evitare il rischio di ritrovarsi nella stessa situazione ed esporre il Paese alle speculazioni dei mercati finanziari. E se proprio non fosse possibile raggiungere un’intesa su una riforma elettorale, si riprenda in considerazione allora l’ipotesi di ripristinare il “Mattarellum” – l’ultima legge elettorale costituzionale, applicata tre volte, che ha fatto vincere sia il centrodestra sia il centrosinistra – con il 75% di maggioritario e il 25% di proporzionale.
C’è dunque una “finestra”, uno spazio temporale da qui alla fine dell’anno, per approfittare dell’impasse e attribuire a questa “legislatura breve” un valore costituente, in modo da riscrivere insieme le regole del gioco. Nella sua ultima sortita televisiva, Matteo Renzi ha lanciato agli altri partiti la proposta di un’intesa istituzionale, finalizzata appunto ad approvare una legge elettorale di stampo maggioritario e una nuova forma di governo, indicando il modello presidenziale francese a doppio turno. Su questo converrà discutere e confrontarsi, piuttosto che sui veti reciproci e sulle poltrone.

Chi ha veramente a cuore le sorti del Paese, più di quelle personali o della propria parte politica, dovrebbe cogliere al volo l’invito dell’ex segretario del Pd per sedersi senza preclusioni o pregiudizi intorno al tavolo di una “Grande Riforma”. Quale occasione migliore di un Parlamento proporzionale, tanto diviso quanto rappresentativo dell’intero arco politico? L’obiettivo comune dovrebbe essere quello di assicurare stabilità e governabilità, in una prospettiva di ricambio e di alternanza.
Spetta ovviamente alla responsabilità del Capo dello Stato decidere se e come procedere in questa direzione. Forse, dopo aver tentato prima la strada di un governo centrodestra-M5S e poi quella di un governo Cinquestelle-Pd, il presidente Mattarella potrebbe anche affidare un pre-incarico al leader della coalizione più forte, e cioè a Matteo Salvini, con la riserva di verificare se esistono in Parlamento le condizioni per formare una maggioranza e un governo (al centrodestra mancano una ventina di voti al Senato e una cinquantina alla Camera). Tanto più legittime appaiono le richieste della Lega all’indomani delle elezioni in Molise e in Friuli Venezia Giulia, che hanno penalizzato il M5S e premiato Il Carroccio, già al governo in due regioni forti del Nord come la Lombardia e il Veneto.

Ma la strada maestra per uscire dalla crisi post-elettorale resta quella di un governo istituzionale, un “governo del presidente”, affidato magari a una figura neutrale “super partes”, in modo da favorire l’approvazione di una nuova legge elettorale e tornare alle urne appena possibile. Il Paese ha bisogno di una tregua, di una riconciliazione generale, per consolidare la ripresa economica e sociale. E ne ha bisogno al più presto.
Quello che occorre è un “patto costituente”, fondato sul riconoscimento e sulla legittimazione reciproca, per ricomporre la frattura tra le forze di sistema e quelle anti-sistema; ridurre il più possibile le disuguaglianze; assicurare alle generazioni più giovani un orizzonte di lavoro e di sicurezza. Un grande patto democratico come quello che le forze politiche seppero sottoscrivere con la Carta del ’47, dopo la guerra e la fine della dittatura, superando differenze, antagonismi, ostilità. Oggi, a distanza di settant’anni, la ricostruzione nazionale passa attraverso questa tappa obbligata.

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