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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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«Gli scarti della birra
per fermare i tumori»

birra

di ENRICA D'ACCIO'

La cura dei tumori potrebbe arrivare dalla birra. O, meglio, dagli scarti della lavorazione industriale della birra. Un team di ricercatori dell’università di Bari ha scoperto infatti che nelle acque di scarto prodotte durante la birrificazione c’è una grande concentrazione di polifenoli, sostanze che le piante producono per curarsi dalle infezioni, una sorta di antibiotici del mondo vegetale che, si è scoperto, potrebbero avere una funzione biologica e farmacologica anche per l’uomo. In particolare, i polifenoli riducono la produzione di cellule tumorali, letteralmente inducendole al suicidio.
La scoperta, che ha anche delle ricadute importanti in tema di rifiuti e ambiente, è finita la scorsa settimana su «Scientific Reports – Nature», la prestigiosa rivista biomedica del gruppo Nature. La ricerca porta la firma di Marco Tatullo, Grazia Maria Simone, Franco Tarullo, Gianfranco Irlandese, Massimo Marelli e Andrea Ballini ed è stata coordinata dai docenti del dipartimento di Scienze mediche di base, neuroscienze e organi di senso dell’università di Bari Tiziana Cocco, Danila De Vito e Salvatore Scasso, e da Luigi Santacroce, ricercatore di microbiologia dell’università barese, dipartimento jonico.
«La ricerca è partita più di quattro anni fa, durante l’elaborazione di una tesi di dottorato di ricerca - spiega Santacroce - lavorando sulle acque di risulta del processo industriale di birrificazione. L’acqua di scarto, abbiamo scoperto, è ricca di polifenoli».

Grazie anche agli studi e alle ricerche in corso proprio all’università di Bari, già si conoscono le straordinarie proprietà biologiche e anche terapeutiche dei polifenoli dell’olio. Anche la buccia dell’uva rossa è ricca di polifenoli ma in quantità irrilevanti per essere davvero benefica per il nostro corpo, specie se malato.«Le analisi di laboratorio - riprende Santacroce - hanno dimostrato che le acque di risulta, gli scarti della birra, se opportunamente trattati, in una miscela equilibrata, possono bloccare la proliferazione delle cellule del tumore». Le cellule tumorali umane, trattate in laboratorio con le acque di risulta della birra, sono andate incontro all’apoptosi, una sorta di morte programmata.
«Per il momento - avverte Santacroce - abbiamo elaborato un modello, così come gli architetti realizzano un plastico prima di cominciare a costruire».

Il percorso per arrivare ad un «infuso di birra» per curare o prevenire i tumori è ovviamente ancora molto lungo. Di sicuro, oltre alle implicazioni mediche, la ricerca presenta importanti spunti anche in tema di ambiente e trattamento rifiuti: gli scarti di lavorazione della birra sono rifiuti speciali e come tali hanno bisogno di trattamenti particolari per essere smaltiti. La ricerca suggerisce nuovi e possibili utilizzi di questo genere di rifiuto e segna un punto a favore dell’attività di ricerca dell’università di Bari. «Non è semplice fare ricerca in Italia - conclude Santacroce - principalmente perché mancano risorse. I tempi si allungano, tutto diventa più difficile. Nel caso di questa ricerca, la presenza di centri di ricerca esterni e l’accordo sulle linee di ricerca è stato fondamentale e dimostra che, se si procede insieme, possono arrivare importanti riconoscimenti, come la pubblicazione su “Nature”».

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