Sabato 24 Gennaio 2026 | 12:33

Piatti devozionali, una tradizione infinita: le Tavole di San Giuseppe e il rito della ospitalità sacra

Piatti devozionali, una tradizione infinita: le Tavole di San Giuseppe e il rito della ospitalità sacra

 
Barbara Politi

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Barbara Politi

Piatti devozionali, una tradizione infinita: le Tavole di San Giuseppe e il rito della ospitalità sacra

A Minervino di Lecce, come a Cocumula e Specchia Gallone la tradizione è vissuta soprattutto nelle case, in una dimensione raccolta e familiare

Sabato 24 Gennaio 2026, 10:47

A poche settimane dal grande evento, a raccontarci il significato più profondo delle Tavole di San Giuseppe per la comunità di Minervino di Lecce è Michele Bruno, anima del “Mercatino del Gusto” di Maglie, l’associazione che da 4 anni cura insieme alle istituzioni il programma gastronomico e culturale dell’appuntamento. Il rito è un atto di devozione intima, un’espressione concreta di gratitudine, di accoglienza e condivisione, valori fondanti dell’identità salentina.

«Le Tavole sono innanzitutto un rito di ospitalità sacra. La preparazione della tavola, ricca di cibi simbolici e rituali, è un’offerta al Santo, ma anche un gesto rivolto alla comunità e ai più fragili, secondo l’idea cristiana della carità e della condivisione. San Giuseppe, figura di padre umile e silenzioso, diventa il tramite attraverso cui la comunità riafferma il proprio senso di solidarietà e appartenenza», racconta il curatore. A Minervino di Lecce, come a Cocumola e Specchia Gallone, infatti, la tradizione è vissuta soprattutto nelle case, in una dimensione raccolta e familiare.

«È una spiritualità che non cerca lo spettacolo, ma si esprime nella cura dei dettagli, nei gesti tramandati, nella memoria condivisa, nella forza dei legami intergenerazionali». Nonostante la lunga tradizione, nel tempo le Tavole si sono evolute.

«Se in origine erano un rito quasi esclusivamente privato e devozionale, oggi si inseriscono in una nuova narrazione, che le valorizza anche come patrimonio culturale immateriale, un’occasione di incontro tra abitanti e visitatori, dove il confine tra chi ospita e chi viaggia si fa sottile». In questa tradizione, contemporanea e in dialogo con le esigenze del presente, fondamentale è il contributo delle donne del paese: «Non si tratta soltanto di un ruolo operativo, ma di una vera e propria responsabilità culturale e morale verso la comunità. Le donne sono le custodi della memoria: attraverso gesti ripetuti, tempi lenti, ingredienti semplici e simbolici, tramandano un sapere che non è mai stato fissato solo su carta, ma affidato alla pratica quotidiana, all’osservazione, alla parola. Senza il ruolo delle donne le Tavole di San Giuseppe perderebbero la loro anima più profonda», precisa Bruno.

Ben oltre l’essere semplici preparazioni gastronomiche, le ricette sono atti rituali, carichi di significati religiosi, simbolici e identitari. Ogni pietanza racconta una storia, ogni gesto rimanda a un valore. I giovani affiancano madri, nonne e zie nella preparazione delle Tavole, imparando attraverso l’esperienza diretta: osservano, aiutano, ascoltano i racconti legati ai cibi e ai gesti rituali. Una trasmissione informale ma potentissima. E poi ci sono le associazioni culturali, le parrocchie, le scuole, che favoriscono momenti di conoscenza e partecipazione attiva, attraverso laboratori, incontri intergenerazionali, racconti di memoria orale e visite guidate alle Tavole.

Momenti che vengono immortalati dalla narrazione contemporanea del rito - fatta di video, social media e storytelling digitale, comunicazione online e offline - insieme al dialogo tra comunità locale e tradizioni religiose (come con quella albanese) e al Gustolab, «uno spazio privilegiato di sperimentazione controllata, dove innovare senza snaturare».

Le Tavole come evento diffuso, quindi, «non concentrato in un solo momento ma diluito nel tempo», per reinterpretare ricette, cibo povero e valorizzare la stagionalità. «Ogni pietanza, ogni disposizione e ogni gesto seguono regole precise e racchiudono un profondo valore simbolico, religioso e comunitario. Ci sono dei piatti imprescindibili e le tavole vengono imbandite esclusivamente con prodotti del Salento».

Tra i piatti che non possono assolutamente mancare, spiccano “Pasta e ceci” (“Massa” o ciciri e tria, a Cocumola vermiceddri), il piatto simbolo per eccellenza, che rappresenta l’umiltà, la cucina della sopravvivenza, legata ai periodi di carestia e alla fiducia nella Provvidenza; i Lampascioni sott’olio, dal gusto amarognolo, simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera; le Pittule, che richiamano l’abbondanza e la condivisione; le verdure lesse, come le rape, che evocano la semplicità della dieta contadina; il Baccalà e il pesce fritto, memoria della tradizione quaresimale e del cibo “povero”; infine, il pane, spesso decorato o benedetto, simbolo di vita e nutrimento spirituale.

Ricette gelosamente custodite dalle famiglie, veri e propri patrimoni domestici che vengono tramandati di generazione in generazione, e «nei tempi imparati osservando le mani delle madri e delle nonne», racconta Michele Bruno. Ogni Tavolata prevede un numero dispari di Santi, da un minimo di tre (San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino) a un massimo di tredici. Al centro della Tavola è sempre presente un’icona della Santa Famiglia o di San Giuseppe. Accanto al commensale che impersona San Giuseppe, invece, vi è un bastone adornato di fiori, che richiama il miracolo del bastone fiorito. «La dimensione religiosa è rafforzata dalla visita del sacerdote, che benedice la Tavola e dà ufficialmente inizio al pranzo. Da quel momento, è San Giuseppe a dirigere il banchetto: con tre colpi di forchetta stabilisce il passaggio da una portata all’altra (169, secondo la tradizione, 13 pietanze per ciascuno dei 13 Santi)».

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