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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Tra fantascienza e strafottenza, l’eterna Pfm

Tra fantascienza e strafottenza, l’eterna Pfm

L’esibizione a Rionero in Vulture. Di Cioccio: «Noi non seguiamo le mode. Viva la Basilicata incontaminata»

15 Agosto 2022

Massimo Brancati

C’è il rock, il pop, il progressive. Ci sono le mode che cambiano, i sintetizzatori che ritornano, il rap, la trap, l’autotune. E poi ci sono loro, immortali, granitici, mirabilmente strafottenti dei recinti che il mercato discografico installa di anno in anno. La Premiata Forneria Marconi-Pfm sarà in concerto domani, alle 21.30, in piazza a Rionero in Vulture (Potenza) portando sul palco gran parte dell’ultimo disco della band dal titolo «Ho sognato pecore elettriche». Ne parliamo con il leader e fondatore del gruppo, Franz Di Cioccio.

L'album è una chiara citazione al film «Blade runner»...

«Proprio così. Sono un appassionato di fantascienza, di Philip Dick. Viviamo in un un presente che sembra il futuro distopico del mondo fantascientifico. Tutti attaccati al cellulare anche prima di andare a dormire. Ecco che poi non basta contare le pecore per addormentarsi. La verità è che il mondo reale e quello virtuale non si incontreranno mai».

Il disco conferma come la Pfm sia allergica alla classica forma delle canzoni, strofa-ritornello. Etichettarvi in un genere è difficile. Una scelta?

«È la nostra caratteristica. Non siamo allineati a una cosa ed esprimiamo anche con le composizioni il senso della libertà. Non seguiamo la moda, siamo un gruppo creativo».

Jimmy Page e Robert Plant, Steven Tyler e Joe Perry. In ogni gruppo rock c'è un binomio che trascina tutti gli altri. Lei e Franco Mussida eravate la risposta italiana. Perché nel 2015 si è rotto questo sodalizio?

«Semplicemente perché Franco ha fatto una scelta. Quella era una fase della band, poi se n’è aperta un’altra».

Ma come sono oggi i vostri rapporti?

«Non c’è rancore, ma non ci sentiamo. Stare in una band significa impegnarsi, avere voglia di fare, di raccontare. In tutti questi anni abbiamo sempre cambiato formazione. Chi va via è perché ritiene di avere altre strade da percorrere».

La Pfm è stata la prima rock band italiana a farsi conoscere nel mondo. Anzi, l’unica che sia riuscita a fare breccia nelle classifiche internazionali. Che ne pensa della dimensione globale raggiunta quest’anno dai Maneskin?

«Sono la cosa giusta al momento giusto. Fanno del buon rock e hanno trovato la chiave della musica di oggi. E poi non si vedeva una bassista donna dai tempi di Suzi Quattro».

Restare in cima è più difficile che arrivarci. È un fenomeno che durerà?

«Me lo auguro. Sono ragazzi in gamba e meritano quanto raccolto».

In fondo c’è qualche analogia. Voi aprivate i concerti dei Deep Purple e degli Yes, loro quello dei Rolling Stones...

«Due epoche diverse. Il nostro rapporto con quelle band andava oltre la dimensione artistica. C’era stima e amicizia per esempio con Ian Anderson che ha anche collaborato nel nostro ultimo disco».

A proposito di band storiche. Ma è vero che i Led Zeppelin l’avevano chiamata per sostituire John Bonham alla batteria?

«Fu un’interpretazione giornalistica. La stampa specializzata in America aveva parlato di affinità tra il mio modo di suonare e quello di Bonham. Poi la notizia fu manipolata di giornale in giornale e si disse che ero stato chiamato per un provino. Ma è una leggenda».

Domani il vostro concerto a Rionero in Vulture. Non è la prima volta che la Pfm si esibisce in Basilicata. Ha avuto modo di conoscere il territorio in tutti questi anni?

«Quando si è in tournée non c’è molto tempo per fermarsi in un posto. Sì, sono stato diverse volte in Basilicata anche perché è una regione non troppo distante dal mio Abruzzo, ma non la conosco a fondo. In linea di massima mi piacciono i paesaggi incontaminati e l'ospitalità dei lucani».

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