Venerdì 13 Marzo 2026 | 10:56

«Mi Amor», il racconto di Lorenzo Cantarini tra fragilità, identità ritrovata e bisogno di musica

«Mi Amor», il racconto di Lorenzo Cantarini tra fragilità, identità ritrovata e bisogno di musica

«Mi Amor», il racconto di Lorenzo Cantarini tra fragilità, identità ritrovata e bisogno di musica

 
Bianca Chiriatti

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Bianca Chiriatti

«Mi Amor», il racconto di Lorenzo Cantarini tra fragilità, identità ritrovata e bisogno di musica

foto Margherita Cafagna

Il cantautore illustra alla Gazzetta il primo album da solista nato dopo la fine dell’esperienza con i Dear Jack e un lungo periodo di smarrimento creativo: «L'amore è l'unica lingua che capiamo tutti senza sottotitoli»

Venerdì 13 Marzo 2026, 08:48

Si intitola Mi Amor il primo album solista di Lorenzo Cantarini (Courage Live / ADA Music – Warner Music Italy), realizzato con il sostegno del MiC e della SIAE nell’ambito del programma «Per Chi Crea». Un titolo che non significa «amore mio», ma «il mio amore», cioè il modo personale e autentico di vivere e sentire le emozioni, per un lavoro che esplora il rapporto dell’artista con la propria interiorità attraverso tre direttrici principali: l’amore romantico, l’amor proprio e il legame con il mare e la natura. Fondamentale per l'ex componente dei Dear Jack è stato il contributo del produttore Emanuele Nazzaro, che ha costruito un suono intimo e caldo, unendo la tradizione del cantautorato italiano a suggestioni internazionali come Bon Iver, Damien Rice e Billie Eilish. «Questo disco è stata una vera conquista, una fatica graduale sempre più entusiasmante: tornare a scrivere dopo anni in cui avevo avuto difficoltà», racconta Cantarini alla «Gazzetta».

Ci parli un po' di questo rapporto con la scrittura, come è cambiato nel tempo?

«Negli ultimi anni è stato scandito da dinamiche conflittuali con me stesso. Ho capito che non dovevo impormi di scrivere, infatti nell'ultimo anno, in cui non mi sono più sentito obbligato a scrivere una canzone che mi piacesse, ho cominciato a lavorare di più, soprattutto dal punto di vista testuale. Ho fatto fatica a capire cosa dovessi raccontare: è un bisogno farlo, un'esigenza, sicuramente anche un lavoro, ma ci deve essere quella necessità, altrimenti diventa un processo artificiale. E poi c'è la questione dell'autenticità: come essere autentici senza pensare troppo agli altri o a ipotetici ascoltatori? Senza dire "devo fare qualcosa che piaccia a tutti, che funzioni, che non crei contrasti o attriti". Ci ho messo un po' a capire come essere sincero. All'inizio è stato faticoso e doloroso da sopportare e gestire, ma poi anche grazie all'aiuto di Emanuele Nazzaro, per me un fratello, amico e musicista meraviglioso, ho trasformato momenti critici in svolte, catastrofi in rivoluzioni. Ho buttato via tantissimi pezzi, ma ho anche trovato il modo e il coraggio di raccontare aspetti della mia emotività di cui mi sono vergognato con me stesso, che ho tentato di reprimere o rinnegare».

E il risultato è un bel disco sull'amore, ma soprattutto sull'emotività. Le è servito anche come percorso personale? 

«Ci sono aspetti della mia vita veicolati da una grande passionalità: il mio legame con il mare, con la natura, il tempo che mi prendo da solo a contatto con il mare. Sono apneista, istruttore di apnea e velista, non riesco a frequentare il mare in barca a vela quanto vorrei, ma frequento molto l'acqua, sono spesso in Puglia anche per questi motivi. Per quanto riguarda invece l'amore romantico, ho scoperto lati di me che non ho amato. Mi hanno portato anche a chiudermi. Spesso si pensa che crescendo si diventi più liberi, autonomi e consapevoli, ma io ho avuto un percorso inverso. Il disco mi ha aiutato anche in questo».

Tra l'altro è un lavoro che lascia molto spazio anche alla musica, non solo alle parole.

«Sicuramente c'è un lavoro importante su testi e parole, ma ho cercato di dare molto spazio anche alle parti strumentali. Per me la musica è linguaggio emotivo fondamentale, anche nelle relazioni mi è capitato di vivere situazioni molto coinvolgenti dove c'erano troppe parole e poca musica. È una lingua comunicativa che non ha bisogno di troppe spiegazioni, forse l'unica che parliamo tutti senza bisogno di sottotitoli. E poi il rapporto con la chitarra per me è fondamentale, è sempre con me. Non sono uno che scrive in studio, non mi metto lì come se fosse un compito. La possibilità di avere uno strumento sempre con me è fondamentale per sentirmi collegato con me stesso».

Sente che questo disco le assomiglia?

«Molto. Somiglia alla persona che sono in questo periodo della mia vita. Lo trovo coerente, anche se magari può sembrare fragile per un uomo di 35 anni. È anche uno scatto rispetto a come ho vissuto il periodo con i Dear Jack. È stata un'esperienza importante, abbiamo fatto cose grandi, la fine del gruppo è stata emotivamente faticosa e mi ha fatto smarrire un po' l'identità. Però era importante ritrovare la capacità di ascoltarmi. Questo smarrimento mi ha fatto perdere la capacità di scrivere e anche il desiderio di farlo, ma allo stesso tempo mi ha confermato che ho bisogno di scrivere e suonare ogni giorno della mia vita».

Che strade vorrebbe percorrere con questo lavoro?

«Sono curioso di capire come può risuonare un lavoro che per me è molto personale e che credo di conoscere bene. Vorrei essere capace di accompagnarlo, farlo conoscere e farlo ascoltare, soprattutto voglio portarlo sul palco, anche in maniera molto semplice, chitarra e voce».

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