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Scene d’ordinaria follia nel museo dei Bronzi di Riace

Sono uno studente di diciassette anni e lo scorso 23 agosto ho visto andare in scena, al museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, la spaventosa dimostrazione della scarsa, o meglio nulla, salvaguardia del patrimonio artistico che vi è conservato.
In primo luogo, nonostante ci sia un’ovvia fila per acquistarlo, nessuno si assicura che il visitatore sia munito di biglietto, tanto che sarebbe di una facilità sconcertante per chiunque visitare l’intero museo senza pagare l’entrata. All’ingresso, poi, non vi è il benché minimo controllo di sicurezza, al punto che siamo entrati con uno zaino a testa e un ombrello molto grande (quasi un ombrellone) senza alcun problema sia nel museo sia, in seguito, nella sala dei Bronzi; il guardaroba infatti, è pura utopia. Una volta entrati nella prima anticamera con il nostro gruppo, un paio di schermi ci hanno mostrato il funzionamento dei nuovi piedistalli antisismici messi a punto dall'Enea, dopodiché siamo stati introdotti nella seconda anticamera per «filtrarci». Già all’ingresso nella sala era evidente che il limite massimo di persone ufficiale era stato completamente ignorato, dopo due o tre minuti io e mio fratello siamo stati invitati ad uscire e, nel caso avessimo voluto rivedere le statue, rimetterci in fila, sfatando così anche la faccenda dei venti minuti; i miei genitori sono rimasti dentro, invece, ma solo dopo aver dovuto discutere con chi li voleva far uscire (mi piacerebbe chiamarli «addetti alla sicurezza», ma sarebbe un titolo decisamente eccessivo). In ogni caso, all’interno della sala la situazione era surreale, i due guerrieri di bronzo sono protetti da una recinzione irrisoria (più di una volta buttata giù da un bambino) e, soprattutto, ignorata dai più che, pur di trovare l’angolatura giusta per una fotografia, arrivano ad appoggiarsi fin quasi al piedistallo, mentre il personale è troppo occupato a fare battutine irriverenti sulla lunghezza del membro dei Bronzi per richiamarli.
La vicenda più grave, però, è avvenuta nel momento in cui io e mio fratello siamo tornati dentro la sala, dopo aver nuovamente fatto la fila. Improvvisamente, nella calca di visitatori ammassati davanti alla statua, si è scatenata una zuffa da cui è uscito fuori a fatica un uomo che ha saltato la recinzione ed è passato velocemente a non più di cinque centimetri da una delle due statue. Subito a rincorrerlo si sono precipitati due o tre visitatori che hanno poi iniziato a spintonarlo, sempre con i Bronzi pericolosamente vicini e senza che nessuno del Museo intervenisse. Si è poi appurato che un uomo aveva borseggiato una signora in un’altra zona del «MaRc» e che un altro se ne era accorto ed aveva iniziato a rincorrerlo, la fuga era terminata nella sala dei Bronzi (sì, quella che dovrebbe essere pressoché inaccessibile se non attraverso il percorso convenzionale) che era rimasta spalancata e quindi esposta a qualunque possibilità di ingresso, dall’aria non filtrata ai borseggiatori in fuga e ai loro inseguitori. Il borseggiatore ha gettato in terra la refurtiva per allontanare da sé ogni sospetto e fingersi un qualunque visitatore, ma è stato prontamente spintonato dall’uomo che lo seguiva. Il tutto nel giro di pochi minuti. Per non farsi mancare nulla, il personale del museo (di guardie giurate nessuna traccia) ha poi lasciato andare senza problemi il borseggiatore, spiegando che «gli abbiamo chiesto se aveva un portafogli e i documenti, e ce li aveva».
Suona quasi ridicolo che appena poco tempo fa ai Bronzi era stato giustamente negato dal ministro Franceschini un trasferimento all’Expo perché «troppo fragili». È invece grottescamente paradossale rendersi conto che le due statue sarebbero più al sicuro durante una scossa di terremoto o sul fondale dello Ionio che nella sala attrezzata del «MaRc». Probabilmente in un Paese come il nostro, in cui vi è un’abbondanza di facce di bronzo, non si sente l’esigenza di preservarne due così antiche.

Tobia Cimini, Torino

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