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In Puglia e Basilicata

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Il reportage

Bari, viaggio da un Varco all’altro nella via del Porto che porta al mare

Nell’altro mondo, tra gabbiani e cantieri, navi e finanzieri. La penna di Alberto Selvaggi e le foto di Teresa Imbriani raccontano il porto di Bari

30 Aprile 2022

Alberto Selvaggi (Foto Teresa Imbriani)

Dopo via Argiro, via Melo, via Re David, viale Europa, via Prayer (Sant'Anna), via Lattanzio e via Mazzitelli prosegue con questa ottava puntata il viaggio per le strade di Bari

Se vuoi lasciare il mondo perché il mondo è stato mal costruito, se vuoi respirare un’aria che in parte si disfa delle impurità librandosi in vapori viola di numero atomico 53, simbolo dello iodio, potresti navigare sull’asfalto qui dove non puoi accedere se non hai una buona ragione, lungo la bretella che costeggia il lungomare di corso Vittorio Veneto, altra parte del mondo che si chiama Porto, porto non vecchio ma nuovo.

Pensa un po’ se fossi un conducente di TIR e avessi lasciato a casa la moglie, i figli e il resto del fardello di vita che ci portiamo sulle spalle tutti. E fossi libero e celenterato come un anemone, idra, corallo o medusa, diretto a vuotare un container di qualche cosa. Potresti infilarti nel Varco della Vittoria, quello che apre a una lingua di strada sottile poco prima del Cus Bari e dell’ingresso della Fiera del Levante che è morta. E mandare a quel paese tutti, in particolare l’anima tua, che ti pesa, per percorrere in direzione Varco Dogana, verso il Castello Svevo, una realtà più vicina alle onde, che ti era sfuggita sempre di là oltre il muro che divide la prigione urbana dalla culla di barche e navi da crociera lunghe e alte quanto complessi edilizi moderni, dove non ti vede nessuno e dove non guardi nessuno, disincagliato dai dissapori.

PACE E SALSEDINE La tranquillità è una grande cosa e chiunque qua sta tranquillo. Fin dal principio della Strada del Porto scorgi a destra un viottolo che dà su un prato buono per i picnic o per sonni ingiusti, perché quelli giusti spettano soltanto a poche persone. Ma non è questo il punto. L’importante è comprendere che da questo momento in poi fai parte di un’altra autorità, di una infrastruttura marittima imponente della quale scorgi i confini soltanto con il binocolo. Pertanto ti si presentano cartelli quali Veicoli autorizzati, auto servizio, Autorità, Imbarco Grecia crociere, ticket check-in, Accesso concessioni diporto nautico, Free truck parking, e poco dopo una rotonda dai brutti lampioni.

Non passa molto e al casello doganale ti fermano degli uomini, e devi pur dirgli qualcosa: perché sei qui?, e cosa pensi?, che ne sai della vita?, sei sicuro della direzione intrapresa?, da dove vieni e verso quale delle tante, troppe rotte con le quali il destino inganna intendi andare avanti?, hai un preciso orientamento filosofico?, sai chi sei e conosci il motivo per il quale agisci in un certo modo?, hai capito oppure no che sei entrato in una dimensione diversa dalla solita?, non vedi che questo è il Porto sotto il cielo di Dio e sotto lo sguardo degli uomini? Aiutaci, anche noi come te non navighiamo consapevolmente, eseguiamo degli ordini ma non abbiamo ragioni. E questi custodi hanno ragione, sei finito in un’area protetta, piena di finanzieri che qua hanno tante basi, le caserme si susseguono pure di là sulla via parallela cittadina, non soltanto a sinistra in bocca alle onde, ci sono aree sensibili come la pelle e che per la loro fragilità necessitano di controlli e di protezione.

Però c’è lo spazio libero che ti aiuta a respirare. Se ti accettano come cittadino del regno salato, seguirai un andamento esistenziale che esula dalle tue abitudini, lancerai lo sguardo su piazzali rarefatti, e che poi sono in realtà destinati ai camion e ai tir poco importa. Guarderai deperire edifici bassi e dimenticati che si lasciano divorare senza troppa sofferenza dai venti maestrale e tramontana, da raffiche di polvere, dai raggi e dal freddo che concorrono nella sinfonia d’erosione.

Compagni sulla tua Strada del Porto in questa stagione di mezzo sono soprattutto i camionisti che vanno a deporre la merce dopo aver percorso una misura innumerabile di leghe. Di là oltre le cancellate vedi sfilare macchine e moto, a sinistra non vedi muoversi nulla, se non persone sole, poche, e chissà se hanno qualcosa da fare. Sotto tensostrutture aguzze come cappelli di gnomi stanno allineati sportelli Montenegro Lines, per Bari-Bar, Jadrolinija, Dubrovnik-Bar, European Seaways, Gnv, Ventouris Ferries, Corfù Cefalonia, Adria Ferries, Durazzo, per Venezia Grimaldi Group. Dietro i vetri delle postazioni raramente vedi muoversi teste di uomini, siano femmine o maschi, siano veri o impressioni, sistemati uno per uno davanti al senso di vuoto, a uno spazio lunare che non fa paura.

PELLEGRINI DELL’ONDA E prosegue il cammino verso Santiago in versione insapore, espurgato delle suggestioni di fede e di sogno. E che ha tuttavia tappe di sosta per rifocillarsi, come lungo le vie di pellegrinaggi più nobili. Per cui non trovi una locanda con ritratti di personaggi famosi e di santi protettori dei deambulatori, bensì lo sbrigativo Ninì drive & street food La Taverna del Porto, con all’ingresso un albero espulso dal mare, spogliato della sua scorza miserabile, decorato dal titolare con reti da pesca e una cassetta verdognola. O Panini pizza kebab, funzionale al riempire gli stomaci in pochi minuti.

Per i bagni non ci sono problemi. Tanti, di prefabbricato tecnologico. Stanno piantati come fortezze della necessità sul fronte di una selva alta di alberi e pennoni di barche che ondeggiano nello spazio azzurro. Ogni tanto si vede un gabbiano poco convinto; non so dire di cosa. Non tutti sono a conoscenza del fatto che sono crudeli come tutti gli animali della terra, compresi noi. Si portano sulle ali il nostro immaginario fiabesco, ma in realtà decapitano pesci proprio là nella conca di mare conchiusa come gli orti dai moli, e scotennano nel sangue, soprattutto in volo, i colombi che si ingozzano di infezione.

Che grande mare. Bacino Grande. Lontano, atarassico, là di fronte, privo di lussuria, descritto dalla sua assolutezza piatta, si lascia scivolare sulla testa lentissima la chiglia di un cargo che gli scava i capelli d’acqua in una riga di schiuma, e lascia vivere nel suo neutrale atteggiamento di osservazione le verdesche, gli sciriè, vecchi scorfani dalla pelle butterata dall’acne sommerso, le perchie, le bavose che hanno pelle di geco e sono i gechi del mare nel loro aderire viscidamente alle superfici e nel loro orrore, scarpe con suole di gomma immobilizzate da grovigli di alghe in labirinti senza sbocco, qualche occhiata e sarago nobili, qualche cefalo grasso di poltiglia, e occhi sgomenti di piccoli pesci ributtati nel mare dopo avere abboccato perché troppo giovani e che si sono spenti. E fra questi cadaveri di squame portati a zonzo dalle correnti, i goggioni sopravvissuti, i più facili a prendersi all’amo, educati a credere nell’onestà per venire sconfitti.

Sulla destra, continuando sulla strada, c’è qualche cantiere datato, un’area spenta termina in uno stagno sulla cui riva si affacciano due bocche che paiono fogne. E c’è il Parrucchiere per uomo, nel quale ci si può offrire al taglio con la devozione che ispira il posto. A sinistra si susseguono sedi di varie istituzioni terrestri e sottomarine, che nel mattino non visita nessuno. Perché tutto è placido nel porto nuovo, non è un grido di cozze e Peroni come il porto vecchio del molo San Nicola, tra il Barion, il Circolo della Vela, con scheletri di bici e di scooter giacenti nella tomba di mare senza memoria. È un luogo di silenzi e di gente lontana nel quale sarebbe piacevole vivere, ritirarsi il pomeriggio o la notte dopo il lavoro per dirsi che è finita, finalmente, che finalmente comincia la vita nuova. Ogni giorno tra i moli foraneo e San Cataldo, a specchiarti gli occhi nelle quattro Darsene in cui dai tre metri ti inabissi a dodici. Dove tutto cambia nel via vai di seicentomila crocieristi all’anno, oltre un milione di passeggeri in traghetto, ma tutto rimane.

ALTRI FASCISMI Continuando a veleggiare sull’asfalto, ogni tanto vedi gli estranei del mondo altrove, di là dalla cancellata, solitamente al trotto perché i runner si allenano sul marciapede di corso Vittorio Veneto, strada fascista nobile, piena di cose fasciste, di fasci fascisti, di palazzi con corti verdi fascisticamente scavate tra i palazzi solidi. Belli. Varco Caracciolo propone quasi una condivisione fra queste due abitudini di vita così diverse, quella metropolitana, quella marinaresca. Ma non c’è obbligo di commistioni, basta non guardare a destra e di quei cittadini non ti rimane più nulla.

Dopo Varco Brigata Regina, anch’esso chiuso, quasi all’incrocio con la via omonima, c’è l’Arpa Puglia, la linearità da battello del Parcheggio Saba di fronte al liceo ginnasio Orazio Flacco. Arriva Varco Pizzoli, al molo omonimo, con un’altra casetta della Gdf in rosso. La Lega navale, il Nucleo Sommergibilisti, l’Associazione nazionale Marinai d’Italia, la Stazione navale delle Fiamme Gialle, Ramar cantiere e diporto, infine Varco Dogana, dove hanno protestato gli aderenti a Fronte del Porto che si oppone al progetto di cementificazione dell’Ansa di Marisabella, che con due sbarre separa il mondo che frequentavi da questo che hai conosciuto.

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