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Il reportage

Viaggio nelle strade di Bari, qui via Lattanzio e il Cirillo culla di Toti e Tata

Le prime prove dei comici, l’Orfeo, i negozi, miti e bar

09 Aprile 2022

Alberto Selvaggi (Foto Teresa Imbriani)

Dopo via Argiro, via Melo, via Re David, viale Europa e via Prayer (Sant'Anna), prosegue con questa sesta puntata il viaggio per le strade di Bari

BARI - Effettivamente può sembrare strano ma l’unica maniera per connotare la striscia d’asfalto di cui parliamo stavolta è chiamarla via Toti e Tata, anzi via Tata e Toti, nello specifico di Tata, che qui ha vissuto fin da bimbetto dopo il trasferimento con i genitori da Napoli, che qui si è malamente formato scrivendo su un taccuino Pigna i primi testi comici e inscenando gag casalinghe assieme al compare dal naso esibizionista e dalla pelle asiatica.

Via Lattanzio è strana. Non sai come definirla, alla pari di certe persone con le quali vieni in contatto domandandoti ancora, dopo anni, di quale pasta sono fatte. Parte dall’estramurale Capruzzi, San Pasquale bassa, il quartiere della mediocrità, né carne sordida da periferia criminale né pesce scintillante delle professioni e della baronia locale. E si perde in via Postiglione, larga e percorsa dalle macchine e dall’aria.

TUTTI INTASATI

Si ingolfa sempre. Tu bestemmi perché il circolo sanguigno del traffico ristagna tra un bus 10 e il furgone fermo per lo scarico, tra gente che protesta per le auto in doppia fila e i clacson che suonano la sinfonia della vita metropolitana di Bela Bartok, di Stravinskij e di Stockhausen, della scuola nuova operistica venuta dopo i grandi che ancora oggi sono gli unici a fare la fortuna dei teatri.

Via Lattanzio, già via Gondar, area di fonderie e artigianale, è anche un termometro, una rappresentazione toponomastica dell’economia di Bari. Dopo il covo militante Focacce, si apre con Oro 2000, penultima spiaggia per morti di fame o semplicemente per avidi adusi a vendere le mutande stesse della defunta madre. All’altro angolo c’è Finanziatutti, srl che soffonde fumi di speranza. Poco più avanti, superato un bar Cremoso, la bottega innominata che acquista oggetti, mobili nuovi e vecchiardi, statue di santi, resti di diavoli se hanno valore di mercato. E, prima delle tintorie a prezzo stracciato, l’hard discount Primo Prezzo, altro polso di uno stato delle cose che un tempo scolava invece per tutti grasso.

FILM E VELLUTI

È un luogo importante per i lattanziani, intendendo con il termine non i seguaci del leader democristiano scomparso Vito Lattanzio ma i residenti più maturi che portano sul cranio capelli tinti di scuro o più sinceramente bianchi. Perché nell’ampiezza del supermercato popolare riposava un tempo come un enorme gatto persiano il cinema Orfeo dei Saponara, il più bello e lussurioso di Bari, sul cui schermo hanno lasciato le loro tinte illusorie prime visioni che soprattutto nei Settanta coniugavano appeal commerciale e qualità per intenzione naturale. Nei suoi velluti affondavano spettatori rapiti, spesso anche in trasferta dalle province di Bari, come Michele Peragine, del Tgr Rai Puglia, partito dallo scalo ferroviario di Grumo Appula per vedere l’esordio di «La prima notte di quiete» di Valerio Zurlini, o come Sergio Rubini, suo amico compaesano, che di quella stessa stazione fece «La stazione», il suo film da non dimenticare.

Era tutto un frusciare di moquette e poltrone nelle quali gli amori nascenti delle coppie mano nella mano si inabissavano. Là dove oggi una signora di Bari chiede l’elemosina su una panca all’ingresso del market, girava nervosamente sui tacchi una signora della ricca borghesia smarcandosi dalla ressa per entrare. Là dove è esposta sui banconi refrigerati zucca gialla a 2.60 euro fumavano due zoccole (così venivano ancora definite in quei tempi) che si strusciavano in coltri di costosi animali ammazzati tra le nevi o nelle savane non da qualsivoglia bestia più grande ma da una che cammina su due zampe. Là dove allunghi la mano ad afferrare pomodori Piccadilly a 2.49 sostava in zona bagni l’untuoso commerciante che al Circolo della Vela teneva all’ormeggio due barche. Là dove la scamorza Sanguedolce si presenta inespressiva nei suoi 6.95 euro al chilogrammo, stava seduto un prete cinefilo della parrocchia vicina San Pasquale a guardare due volte di fila «Jesus Christ Superstar», il più bel musical mai proiettato, e meditava, qualcosa nella sua fede non tornava. Là dove acquisti pelati Rosso Gargano a 0.85, l’ingegnere saltava la coda per pagare in lire il biglietto e farsi una vasca in sala salutando i conniventi consiglieri comunali come in via Sparano. Là dove la vecchia arranca sui passi cercando a 1.19 Roberto il Tramezzino bianco che lascia la sua dentiera in pace, c’è lo spirito di una donna che è morta quando doveva morire, nel «Novecento» che ha visto all’Orfeo senza capirci tanto e che il compagno Bertolucci affrescò in film per due puntate. Là dove stanno allineati i BeautyCase tappetini assorbenti per animali si stiracchiava sulla poltrona un famoso ginecologo con moglie occhi verdi in visone, noto per compiere aborti illegali. Là dove la madre giovane pesca Salati Preziosi a 1.05 euro per il figlio in modo da tappargli la bocca, si aggiravano professionisti di varie entità e natura in cerca di un posto senza numero, frenando il ciondolio dei borselli in coccodrillo scuoiato o di bove abbattuto con una pistolettata in fronte. Là dove si aprono i corridoi per il deposito passavano furtivamente commesse amanti a scrutare meglio le fattezze della moglie del loro datore di lavoro che sputava dalla bocca il denaro dello scambio. E lassù dove oggi si elevano colonne d’acqua Mangiatorella, o dove barattoli di digestivo effervescente Bellanca si offrono come mercenari all’esercito di succhi gastrici, si diradavano molli di sensualità fumi di Marlboro e di Muratti Ambassador che in quegli anni, inspiegabilmente, non causavano il cancro.

IL MITO DEGLI ACETO

Questa è via Lattanzio. È ciò che è e quello che è stato. È la farmacia di Vincenzo Buccino, la lavanderia self service Lava Subito con sei lavatrici e sei asciugatrici schierate. È un B&B inatteso Al Settimo Piano. È il parrucchiere donna Alex Myra, accanto al centro estetico solarium L’Angolo del Sole, dove il vostro volto grazie alla radiofrequenza risorgerà. È il Vespa Club colorato, punto fermo delle due ruote storiche in città. È la Bottega, associazione culturale che offre corsi di pittura e scultura e lascia filtrare dalle saracinesche odore di tempere impastate. È il veterano, fornitissimo Gallo, ferramenta e prodotti dell’arte. È Francesco Aceto, che con il fratello Paolo dal 1962, nella bottega originaria circoscritta dal «murocinto» lungo viale della Repubblica, ha riparato e unto di grasso ogni bici e ogni scooter, marchiando l’immaginario. Ed è il vicino balcone azzurro di casa di Tata, al primo piano, una delle basi logistiche della scapigliatura decerebrata e dalle cui viscere è nato tutto del quartetto comico U.S.T. poi diventato un duo.

Quella casa, dopo la prematura morte del padre, aveva un solo nume, Titina, madre del ricciuto, che andavano a trovare anche in assenza del figlio i compagni di scuola. E guardava a un mondo animato da mille spunti. Topini (ladruncoli immaturi) volteggianti su Vespa 50 truccate più veloci dei Concorde, circoli ricreativi che sono stati tutti chiusi, frequentati da aspiranti inquilini del carcere minorile Fornelli e del gabbio adulto di corso Benedetto Croce. La pizzeria Da Donato, presa d’assalto da folle inesauste come il fuoco sacro, nella quale passava e passa di tutto.

SKETCH

In quel tratto, vicino al Garage Lattanzio (più avanti c’è il reiterativo Garage Lattanzio 2), si consumarono episodi talmente singolari da diventare storia. Tata ancora ragazzetto, munito di espadrillas fetenti nella buona stagione, soffriva di vene varicose, ma non si complessò per questo, no, anche perché alle ragazzette piaceva ancora. Emilio Solfrizzi non ancora Toti era il più equilibrato del gruppo partorito attorno al ‘61. Gli altri erano più peggiori, come suole dirsi con errore da matita blu.

Una volta un amico magretto e isterico, più che nervoso, sferragliò pugni a velocità ultrasonica sui musi di due topinastri tramortendoli, prima del fuggi fuggi per la conseguente colata lavica di delinquenti vendicatori. Taluni (tutti) del gruppo menavano rutti. Altri crepitavano turbando il sollucchero di coppiette al buio dei pomiciatoi. Un ceffo gresso (grosso) e umidoso una volta balzò sul Gitan Special Cross di uno sgraziato compagno di classe di Tata-Antonio Stornaiolo: becco d’aquila torto, occhi iniettati di maniacalità sessuofila e ravvicinati al modo delle bertucce, gambe da trampoliere e torso nano ipotonico. Si trattava del 50 cc più brutto mai prodotto, tanto che non ne è rimasta traccia manco nelle raccolte web dei nostalgici Anni ‘70, se non due foto di carcasse bruciate affinché non turbino altri occhi. Concepito teoricamente per il fuoristrada, era munito di pneumatici di plastica contundente e di ammortizzatori efficaci quanto quelli delle barelle del Policlinico di allora, cioè quelle d’oggi.

Con il proprietario spepitante dietro, incapace di opporsi, il tomo percorse ululando l’intera via Lattanzio in controsenso, consuetudine diffusa allora, sgasando, impennando nonostante la ripresa floscia e minacciando gli automobilisti che espettoravano, «cornuto!». Finché un bel mattino Tata trovò la pupù sulla maniglia della sua macchina, lato guida, deposta da un ignoto defecatore che evidentemente seppe compiere l’azione che a Icaro costò la morte: volare. Se non era il cestista della squadra basket dei watussi.

CRESCENZIO E IL CIRILLO

Via Lattanzio significa anche convitto nazionale Domenico Cirillo, là a un tiro di schioppo, scuola più antica dell’Urbe (1771) frequentata da quasi tutti gli appartenenti alla comitiva del Tata e del Toti. E da via Cirillo, in diretta, pochi secondi, si giunge infatti al bar Crescenzio, ottimo dal 1958 in poi, storico fornitore di merendine e panini per gli studenti all’ora della ricreazione. Li consegnava il titolare Crescenzio Pastoressa in persona in guantiere elastiche come bob. Figura amata dai ragazzi per la sua bonomia, dai prof, da chiunque. Barista dall’età di sette anni nel locale dei fratelli, dopo innumerabili sveglie alle 4 per lavoro, lasciò il testimone al figlio Michele, che guida l’impresa coadiuvato dalla sorella Lucia.

Superati il bar Crescenzio, la gioielleria Giacomo Pesce con gli Hamilton e i John Dandy, la Bnl per un mondo che cambia, le vetrine del Centro Ottico Ruggiero Lavermicocca, via Francesco Lattanzio, politico 1836-1897, esonda in via Gaetano Postiglione, 1892-1935, ingegnere, politico, presidente Aqp, foggiano famoso al fianco del Duce. Manca ancora una via Ficarella, idraulico stimato e abbastanza noto.

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