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La parola dignità risuona, nitida e precisa, lungo il corridoio al primo piano dell’ex liceo Socrate di Bari. La senti nei tuoi stessi passi anche se non è tua. E la vedi; la vedi luminosa, nella luce che trapela dalla finestra in fondo a questo passaggio trasformatosi, da diversi giorni, in un tunnel freddo e buio che ricorda le notti trascorse nel deserto libico o tra le onde del Mediterraneo, a bordo di un barcone destinazione Lampedusa, con la morte nocchiera e una disperata voglia di farcela, di vivere, di raccontare. La vedi, la dignità; la vedi nei volti di sessanta, tra donne e uomini, rimasti al gelo, con un solo rubinetto a disposizione di tutti da poco prima di Natale, mentre fuori infuria l’epidemia di covid. La senti, la vedi, la tocchi, la dignità, nella struttura che li ospita da alcuni anni e che hanno imparato a chiamare casa, perché prima delle mura fatiscenti hanno trovato, fra loro, solidarietà, pace, fusione tra culture.

Su quel corridoio buio e freddo si affacciano le porte delle stanze abitate. Il primo a schiudere l’uscio è il palestinese Ashraf, con il sorriso aperto sul volto scolpito dal sole, il sole della sua terra di ulivi. Parla, Ashraf, come se recitasse poesie e le parole ti fanno respirare l’ansia di libertà, mai sopita, del suo popolo. Lui è il primo a declinare il termine dignità riferendosi alla sfida fondamentale dell’autorecupero dell’ex liceo: «Basta semplicemente applicare l’accordo del 2014, concluso con l’ex sindaco Emiliano e l’assessore Barbanente. Vogliamo partire subito con il progetto e impegnarci in prima persona. Abbiamo dato anche la nostra disponibilità a seguire i corsi di formazione edilizia previsti dall’Unione Europea. Ma poi abbiamo trovato le porte chiuse perché quando subentrano la speculazione, gli affari, è così. Lo abbiamo imparato guardando i terremotati e la loro sorte. Questa è casa, qui abbiamo maturato solidarietà e coesione tra persone di origini e fedi diverse: dagli eritrei, agli etiopi, ai sudanesi. Una sola famiglia con tanti amici italiani. Esiste un cemento più forte di quello armato: è la dignità. Vorrei poi dire - conclude Ashraf - una cosa all’assessore al Welfare Bottalico: ha sempre parlato di lotta al maschilismo, ma si può pensare di lasciare senza casa una trentina di donne che sono fuggite dalla violenza, se solo pensiamo a quello che succede quando attraversano la Libia per arrivare in Italia?».

Sity ha lasciato in Eritrea tre figli e da tre settimane - da quando il fumo invase l’ex liceo Socrate lo scorso 22 dicembre, si gridò all’incendio con l’interruzione dell’energia elettrica e lo spettro dello sgombero ha cominciato ad aleggiare gelido sulle persone e le cose - l’unico momento in cui riesce ad assaporare un po’ di tepore è a casa della famiglia presso la quale lavora come badante, di notte. «Ma che calore è quello? Sei in una casa sì, ma lavori, devi stare attenta alla persona che ti è stata affidata e non puoi rilassarti un attimo». Il suo racconto prende forma grazie alla traduzione della giovane mediatrice Simret Tesfai che raccoglie parole, sguardi, stati d’animo di queste donne e di questi uomini con preziosa cura, facendoci scorgere il loro prezioso intreccio, la filigrana dello splendente tessuto che diventa l’umanità quando racconta se stessa senza risparmiarsi, senza differenze, senza latitudini. Sity è eritrea, di fede musulmana, anche lei fuggita dalla guerra, dalla violenza, che hanno imperversato e continuano a imperversare nel Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia), ma questa vera casa delle culture e delle fedi che negli ultimi dieci anni è diventato l’ex liceo Socrate le ha regalato una dimensione di pace, di fraternità, di accoglienza ora svanita di colpo: «Dal 22 dicembre viviamo con il terrore dello sgombero - dice guardandoci con occhi vivaci, mossi, acuti come spilli, indagatori - e vorrei chiedere al Comune: non sapevate come vivevamo? Ve ne siete accorti solo ora? Sono passati più di dieci anni. Una domanda vorrei farla anche all’Italia. Pensavo fosse un Paese più umano, mi ha deluso, ci ha deluso. Noi abbiamo permessi rilasciati perché scappiamo dalla guerra. Si possono limitare i nostri diritti al solo soggiorno? La parola protezione vuol dire tante cose, altrove, in Europa, le persone nelle nostre condizioni hanno diritto all’inserimento e al sostegno sociale. E qui? Abbiamo occupato un posto perché nessuno si è occupato di noi».

Il debito contratto dall’Italia con l’Eritrea e l’Etiopia, ex colonie, tra schiavitù e gas asfissianti, non è solo roba da libri di storia, anzi. Rappresenta qualcosa di vivo, vivissimo, te lo senti addosso e pensi a come il Paese non abbia saputo onorarlo accogliendo, integrando, inserendo, facendo di queste persone una risorsa, una ricchezza. Perché questo sono o meglio dovrebbero essere per il nostro Paese, gli eritrei Teame, Nevratu, Tesfalem con le loro storie. I loro sguardi non sfidano, non giudicano. Eppure potrebbero vista la condizione di rifugiati politici, di uomini a cui è accordata la protezione internazionale, di persone, di esseri umani cui non si può imporre file estenuanti per riempire un secchio d’acqua, il «calvario» di un freddo che stritola le ossa e non fa ragionare, non dà tregua e duole come la lontananza degli affetti: madri, sorelle, fratelli e figli. Non è possibile pensare a questi uomini, alcuni in Italia da dieci anni, come a pacchi postali da spedire chissà dove: «Non dico niente alla famiglia perché si preoccupano». «Faccio il lavapiatti, ma adesso, con l’epidemia, la crisi ci ha lasciato senza lavoro. Sì abbiamo avuto qualche sussidio, qualche aiuto, ma andare avanti è difficile». La dignità, torna a riaffiorare prepotente; la dignità che il bisogno non spezza: «Tanti vicini, qui a via Fanelli, ci aiutano: le bombole per scaldare un pasto o farci la doccia con l’acqua calda, la possibilità di ricaricare il telefonino visto che anche i due gruppi elettrogeni sono fuori uso. Noi resistiamo e vogliamo rimanere qui all’ex Socrate, la nostra casa. Siamo pronti all’autorecupero, a mettercela tutta. E non andremmo via, se dovessimo, senza che sia garantita una casa a tutti noi nello stesso posto. Non ci separeremo e non vogliamo farci separare».

Poco meno di un anno fa, a febbraio del 2020, papa Francesco giunse a Bari per proclamarla, ancora, «capitale della pace» nel Mediterraneo. Non crediamo alludesse a titoli onorifici di storica discendenza. Pensiamo, piuttosto, alludesse a volti, voci, occhi, respiri e parole di persone come l’etiope Azezou o il sudanese Alì Yaser. Il primo parla dei suoi amici eritrei come di fratelli. Alle spalle un sanguinoso conflitto fra i due stati e una perenne rivalità: «Sono perito meccanico ma qui ho lavorato anche in campagna. Non voglio lasciare i miei amici eritrei. Stare qui ci aiuta a stare in pace. Se dobbiamo andar via di certo vorrò rimanere con loro». Qui all’ex Socrate la carne delle persone si fa pace come si fa poesia, nell’indimenticabile definizione di Alda Merini. Alì, musulmano sudanese, era maestro nella sua terra. E prega più di cinque volte al giorno: «Anche sei. Io lavoro nei campi e sogno di fare la doccia con regolarità. Sono sposato e ho tre figli, vorrei sentirli più spesso ma devo risparmiare l’energia della batteria. Fa freddo e ci sono stati casi di persone che si sono già ammalate. Anche io dico: tutti insieme perché siamo tutti uguali. E dateci la possibilità dell’autorecupero di questa struttura. Fateci vivere degnamente». Nei giorni scorsi, intervenendo a sostegno della candidatura di Bari a capitale italiana della cultura per il 2022, il priore della basilica di San Nicola, padre Giovanni Distante ha detto: «La figura di San Nicola unisce. La diversità, in campo culturale, è già una potenziale ricchezza». Parole scolpite per ricordare che, senza una soluzione equa e dignitosa per chi vive nell’ex liceo Socrate, senza il rispetto che è dovuto a quelle persone nella loro bellezza di esseri umani, le definizioni di capitale di pace e di cultura, per Bari, rischieranno di diventare vuote e ancor più prive di senso.

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