«Nel nuovo disco di Andrea Sabatino, si colgono gli umori dei suoi ascolti e delle sue passioni». L’incipit delle note di copertina che Paolo Fresu ha scritto per il trombettista Andrea Sabatino è molto chiaro e andrebbe sempre tenuto presente durante l’ascolto dell’album «Fatata». Il jazzman salentino viaggia ormai al ritmo di un disco l’anno e, dopo «Jazz Experiences» in duo col chitarrista Fabio Zeppetella, adesso licenzia questo nuovo, variegato lavoro per i tipi della Encore Music.
L’aggancio alle note di Fresu – ma ricordiamo che in passato, nell’album «Melodi- co», le «liner notes» erano state vergate da Enrico Rava – è necessario perché, diciamolo subito, nelle sue dodici tracce il disco è venato da una punta di eclettismo che resta però sempre estremamente gradevole, senza mai intaccare una personalità solistica e una poetica espressiva che invece sono immediatamente percepibili. Formatosi con le radici solidamente an- corate all’hard bop contemporaneo, col tempo il trombettista di Galatina ha ampliato i propri orizzonti recuperando la vena di un lirismo di taglio mediterraneo, sempre ca- pace però di confrontarsi anche con linguaggi geograficamente più distanti, come ad esempio quelli del jazz nordeuropeo, le cui influenze si colgono nell’iniziale «Hub», dove la tromba si libra in assoluta solitudine come se si addentrasse negli spazi infiniti di una ideale tundra sonora, alternando la profondità del silenzio all’eloquenza di note te- nute a lungo, come in una ricerca della pu- rezza del suono. Coadiuvato dall’ottimo pianista abruzzese Claudio Filippini, dal bas- sista Antonio De Luise e dal batterista, an- ch’egli salentino, Dario Congedo, Sabatino costruisce un percorso che passa attraverso la cantabilità di «10.10.10», ben sostenuta da un drumming scattante, per approdare a «For Avishai», un riuscito omaggio al col- lega trombettista israeliano Avishai Cohen costruito con sonorità e ritmi molto con- temporanei, cui più avanti fanno da con- trocanto le vivaci atmosfere orientali di «Road to Nazareth», come a voler ricordare che il jazz, ma diremmo la musica più in generale, punta sempre all’unione e alla sin- tesi tra culture e non a conflittuali contrap- posizioni.
Il sognante «Starmaker», con le sue at- mosfere ovattate e le sonorità del pianoforte elettrico trasporta forse gli ascoltatori in dinamiche lievemente «easy», ma è il mi- glior viatico per «Tatta», una sorta di fi- lastrocca su base elettronica introdotta dalla voce di una delle tre figlie di Sabatino, prima che «papà» Andrea la riprenda con la trom- ba, ammantandola di fragranze orientaleg- gianti. In «I Remember Ludwig» il gruppo si ar- ricchisce della presenza di Francesco Ma- riozzi al violoncello cui tocca eseguire la melodia su una introduzione pianistica che richiama la celeberrima sonata «Al chiaro di luna» e poi approda a una sezione centrale di taglio funk. E ancora funk, con un motivo che profuma molto di Anni ‘70, si respira in «Fafa» che, per inciso, è il soprannome di un’altra delle figlie del Nostro. Dopo i colori soul di «Life», affidato alla voce di Badrya Razem, il canto dolente e antico di «South» riporta la tromba in piena solitudine con un accorto gioco di riverberi. Concludono la scaletta una ripresa di «Fafa», questa volta rinforzato da un testo rap scandito da Done e il breve e sognante «Fatata». Un’ultima curiosità: il brano che dà il titolo all’album non ha nulla a che vedere con il mondo delle fate, ma è invece la fu- sione di Fatima e Benedetta, i nomi di due delle tre figlie di Andrea Sabatino, in questo caso anche sue muse ispiratrici.

















