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Ci sarebbe da lasciare la pagina in bianco. Ci sono già troppe parole intorno alla tragica fine di Noemi Durini, la sedicenne salentina di Specchia, morta per mano del suo ragazzo di 17 anni. «Ho sbagliato, potevo uccidermi io e avrei evitato questo casino», avrebbe dichiarato il presunto assassino, che l’altra notte ha rischiato il linciaggio quando ha sfoderato un atteggiamento di sfida - un saluto inquietante, una smorfia derisoria - verso la folla che ne attendeva il trasferimento. Chiuso in una struttura protetta, con un passato di trattamenti psichiatrici, il «fidanzatino» - come molti continuano a definirlo con impropria tenerezza - viene descritto in preda a una confusione che si riflette nelle diverse versioni della sua confessione.
«Ero innamoratissimo di lei», ha detto ai Carabinieri. «Ho reagito di fronte all’ostinazione di Noemi nel voler portare a termine il progetto dello sterminio della mia famiglia». Arma del delitto? Le pietre. Anzi, un coltello che la stessa vittima avrebbe portato con sé, di cui però finora non v’è traccia.

Una storia tremenda, vissuta quasi «in prima persona» da chiunque abbia figli adolescenti, così vicini così lontani rispetto al mondo adulto. Noi genitori possiamo intuirne il disagio, i turbamenti, i dolori, ma spesso è difficile andare al cuore del loro comportamento. Perché davvero, con Pascal, «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce», persino nei casi più foschi. Così è nel tunnel oscuro e criminale di questa vicenda in un paese invece solare e ventoso qual è Specchia, un luogo elevato - dal latino specula - adatto per le osservazioni. Tra l’altro, ogni estate vi si svolge un piccolo festival dedicato al «Cinema del reale», il cui titolo rischia ora di suonare beffardo. Si è infatti subito scatenato il reality / irreality show dei mass media.

Cartoline dell’irrealtà spedite a raffica, tanto più quando una tragedia - accadde anche per lo scontro ferroviario di Andria nel luglio 2016 - dà la stura a un inconsapevole e sottile svilimento del Sud. Così ieri abbiamo letto su un quotidiano milanese che «nessuno si fa troppe domande, giù nel Basso Salento, tra Specchia e Alessano, belle ville di vacanza della swinging Puglia e terre riarse dei poveracci». Noi diremmo piuttosto che tutti in Italia si fanno molte domande, in cerca di una risposta che possa «spiegare» seppur lontanamente quello che purtroppo a volte succede, nelle «terse riarse dei poveracci» come nel caso dell’omicidio di Garlasco, in provincia di Pavia.

Ma il clou del Barnum mediatico è stato toccato in televisione, tanto che i vertici dei sindacato dei giornalisti, il pugliese Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, deplorano che l’inviata di Chi l’ha visto abbia comunicato in diretta ai genitori del presunto assassino di Noemi la notizia della morte della ragazza e della confessione del figlio. Sulla necessità di cautelare i minori intervengono anche il Comitato regionale per le Comunicazioni della Puglia e l’Ordine dei giornalisti della Puglia che ricorda l’importanza «di applicare i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network».

Pare d’accordo l’avvocato del ragazzo, Paolo Pepe, che ieri ha dichiarato: «Nel rispetto della riservatezza e sensibilità delle famiglie coinvolte, e nel rispetto delle indagini dell’Autorità Giudiziaria, tuttora in corso, ci si esime dal diffondere e trattare mediaticamente la vicenda». Tuttavia, poco dopo, la madre del reo confesso ha letto davanti alle telecamere di La vita in diretta un biglietto che le avrebbe lasciato il figlio: «Quello che ho fatto è stato per l’amore che provo per voi. Noemi voleva che io vi uccidessi per potere avermi con sé. Sono un fallito e mi faccio schifo. Ti voglio bene papà e mamma».
Il macabro «circo» ovviamente non si fermerà e già abbiamo assistito ai selfie di rito sul luogo del delitto o ad altre dirette Tv nelle quali l’informazione live degrada verso lo spettacolo della morte. Sono segnali di scadimento morale che riflettono l’orizzonte imbarbarito dagli stupri e dal razzismo.

Allora, nonostante il pudore che spingerebbe a tacere, viene il sospetto che le parole servano: pacate, riflessive, ferme. Quelle dei giudici, quando toccherà a loro. Quelle degli adulti, ogni giorno. Quelle dei liceali pugliesi che ieri, in memoria di Noemi e delle vittime della violenza di genere, hanno testimoniato il loro sdegno con i sit-in a Bari e in altre città unite dall’hashtag «Ti amo da vivere». «Perché - dicono gli studenti - non si può morire amando e non si uccide mai per amore».

 

 

 

Articolo pubblicato sulla "Gazzetta del Mezzogiorno", 15 settembre 2017

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