Martedì 28 Settembre 2021 | 16:33

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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TU NON CONOSCI IL SUD - RILETTURE

Pintor, conservatore
ma del nuovo mondo

Il grande giornalista, tra i fondatori del "Manifesto"

In "Servabo" del 1991 gli amori e le lotte segnati dall'impegno politico  

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Pintor, conservatore ma del nuovo mondo

Luigi Pintor (1925 - 2003)

Un universo prima incantato e poi crudele, lotte tumultuose condivise con «gli uomini semplici che avrebbero cambiato il mondo», l'amore e il dolore, la pace e la guerra non nettamente distinte come le vorrebbe la storia ufficiale. Che Luigi Pintor sia un grande cronista, capace di coltivare il memorabile nel quotidiano, è riconosciuto persino dagli avversari politici e ad onta del suo schermirsi dal giornalismo "puro". Quel che di inedito scopriamo in Servabo è piuttosto la rara intensità del racconto, benché forse l'autore vorrà sottrarsi anche alla letteratura. Servabo è il libro di una vita che è sempre stata da una parte, «anche quando non era così semplice». «Dalla parte del torto», recita lo slogan vagamente snobistico coniato per il ventennale de "II Manifesto", il quotidiano che ha Pintor tra i padri fondatori e che, quand'era ancora rivista, nacque in tipografia proprio a Bari. Ma ora egli dice le ragioni e la passione, ribadendole malinconicamente indomite, di un'avventura ben più lunga del giornale.

Dall'adolescenza al presente, Servabo restituisce un grappolo di parole senza alcun nome o riferimento esplicito, una «memoria di fine secolo» vergata con stile limpido ed ironia mai disgiunta dall'utopia. Vale come un atto di fede sin dal titolo latino, "rubato" allo stemma di un antenato, che l'autore traduce giocando un po' con gli etimi ed aggiungendo all'autentico significato di «serberò, conserverò» il «sarò utile, servirò» del militante di sinistra. Lungi dall'autobiografismo compiacente, Pintor è sommesso, laconico, misuratissimo, quasi stentasse a tradire la sua regola di «esaurire qualsiasi argomento in due pagine», mentre l'anonimato dell'io narrante tratteggia una sorte sì unica, eppur comune a chi, ancora giovane, resti segnato da un evento troppo grande. La guerra gli rapì un fratello (Giaime Pintor) e gli cambiò la vita; senza la guerra, scrive, «avrei camminato con passo più leggero e con più indulgenza per quel bisogno di allegria che è nella natura di tutti». La guerra è un apprendistato di scelte ed emozioni perpetuato nei momenti decisivi dell'età adulta, un destino — per quanto di fatalistico c'è in Servabo — che fa valere la sua forza anche negli errori, nei momenti in cui la realtà contraddice antiche certezze.

Così, ricordando il tramonto dello scenario del dopoguerra, Pintor testimonia: «Lungo un quarto di secolo era mutato il rumore delle strade, il valore delle cose, l'umore dei giovani, non solo nei grandi continenti ma nella stanza accanto, tra le pareti di casa. Era cambiato tutto meno la cosa che decide di ogni altra, l'inimicizia come spirito del mondo». Ma se questa è la matrice tragica del racconto, ce n'è un'altra leggiadra, coincidente con i sogni e i giochi infantili nella natia isola, la Sardegna dove Pintor ritornerà da esule, «non per ritrovare il tesoro sepolto sotto il mandorlo», ma perché ribelle alla disciplina del partito comunista dal quale poi, com'è noto, sarà espulso. E le pagine corrono fino all'oggi, scritte «per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà» e con la coscienza che è vano tentare di eternare il passato. Pagine toccanti quando esprimono il dolore per la malattia di una persona cara, col pudore di piccoli antidoti sussurrati e invece un compito perentorio: «Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».

Pintor ha scritto dunque il diario di un uomo sconfitto «a paragone dell'intreccio di ferocia e futilità che vedo intorno», ma la sua ricerca del tempo trovato ha la tensione etica di chi crede nella necessità di battersi idealmente comunque, ha la nobiltà di un personaggio d'altri tempi. Egli si appropria di quell'atavico precetto per farsi araldo di un mondo nuovo che forse non sarà, ma che vale custodire: Servabo.

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"Servabo: memoria di fine secolo" di Luigi Pintor (Bollati Boringhieri ed., pag. 95, L. 14mila)

Articolo apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 31 maggio 1991. A presentare il libro nella Feltrinelli di via Dante furono con l'Autore, Nichi Vendola e Luciano Canfora. 

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