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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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TU NON CONOSCI IL SUD / L'anniversario

Vito Laterza
vent'anni fa

Innovatore nella tradizione

Un editore europeo col cuore a Bari  

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Vito Laterzavent'anni fa

Bari, seconda metà anni '50, Vito Laterza (a sin.) con Leonardo Sciascia

Sono vent'anni oggi dalla scomparsa dell'editore Vito Laterza. Aveva 75 anni. Riproponiamo qui tre nostri articoli che apparvero sulla "Gazzetta" (prima pagina e Cultura) del 30 maggio 2001.

Intanto è appena stato pubblicato, aggiornato alla fine del 2020, il Catalogo Storico delle Edizioni Laterza per i centoventi anni dello storico marchio editoriale (pp. 1485, euro 25,00).    

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IL RITORNO AL SUO MARE - Ci sono nomi che sono simboli e diventano aggettivi. Così Vito Laterza. Il suo nome suggerisce in interlocutori anche lontani dall’Italia un impegno editoriale, culturale, politico più unico che raro. D’altro canto, evoca Bari in ogni dove. Erede della somma tradizione crociana, Vito Laterza la rinnovò senza tradirne il rigore: ribadì l’opzione di don Benedetto per la «roba grave», ovvero la saggistica di raffinata concretezza, e tuttavia incoraggiò le scienze «nuove», la sociologia e la psicoanalisi, l’urbanistica e il cinema, l’ecologia e la linguistica. E prestò un’inedita attenzione alla scuola investita dal ciclone del ’68, con una passione divulgativa che sempre di più è andata ispirando pure le scelte delle collane di «varia». Vito Laterza è stato l’esponente di un’Italia minoritaria, laica e liberal-democratica, generosa nello spendersi in un paese dominato dalle «chiese» cattolica e marxista, delle quali stimolò la dialettica e le eresie nel segno dell’attenzione alla realtà, a cominciare dall’«eterno» ma non inevitabile squilibrio NordSud. Un’Italia «laterziana», appunto, che fu spesso sconfitta dalla rigidità delle ideologie, ma che infine ha vinto perché lungimirante, capace di guardare oltre il Muro, verso un’identità europea oggi largamente condivisa.

Da Bari a Roma, dal Mezzogiorno all’Europa, e ritorno. È questo il percorso di Vito Laterza, designato a pieno titolo «editore europeo del 2000» ed a pieno titolo intellettuale meridionale segnato come tanti semplici emigranti dalla ferita, o dal fantasma, di una «fuga» sempre rimproveratagli nella città natale. È vero, egli trasferì a Roma parte della storica casa editrice, ma per proiettarla in orizzonti più larghi, tutelandone le radici e il cuore produttivo baresi. E a Bari portò gli autori più prestigiosi della cultura internazionale. Lo ha spiegato, invano, molte volte: restare qui avrebbe significato confinarsi in una paralizzante custodia del passato, laddove il marchio Laterza significa invece voglia di futuro, coraggio nell’ingaggiare le sfide, abilità nel trasformare i «tempi nuovi» in un patrimonio di idee, di valori, di saperi da proporre «constanter et non trepide». Una volta scrisse che a Bari bisognerebbe arrivare dal mare per stupirsi della sua autentica bellezza. Oggi Vito Laterza ci torna per l’estremo saluto, in Cattedrale. Vogliamo dirgli grazie.

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LA MAGNIFICA OSSESSIONE DI FAR LIBRI - È morto Vito Laterza. Nato a Bari, aveva 75 anni, cinquanta dei quali spesi al servizio e alla guida dell’omonima casa editrice, che ha appena festeggiato il centenario del primo volume. Lui non avrebbe gradito l’enfasi, ma va detto subito che con la sua scomparsa la cultura europea perde un protagonista o meglio un regista capace, per così dire «dietro le quinte», di coniugare la grande tradizione dell’idealismo crociano (e «laterziano») con le coraggiose aperture alle scienze nuove, dalla sociologia alla psicologia, dall’urbanistica all’ecologia, dall’antropologia alla linguistica. «È l’editore a dover trovare i suoi autori, e non viceversa» – un principio che Vito Laterza trasformò in prassi con la tenacia e la lungimiranza testimoniate da un formidabile catalogo. Ricordiamo alcune delle «sue» collane, che hanno contribuito in maniera determinante a svecchiare l’Italia dal dopoguerra alle caldissime stagioni dei Sessanta-Settanta: «Storia e Società», «Libri del Tempo», «Universale Laterza», fino alla serie «Tempi nuovi» in cui riecheggiarono la rivolta studentesca e la primavera di Praga, Marcuse e Carmichael, ed alle bellissime «Interviste» con Agnelli, De Felice, Lama, Fellini...

Né va dimenticato l’impulso che egli dette al settore scolastico, varato nel ’69, con manuali che hanno contribuito a formare più d’una generazione,in primis il «Villari» per la storia ed il «Salinari-Ricci» di letteratura italiana. Quindi toccò ai progetti internazionali, dalla «Storia delle donne dall’antichità ad oggi» diretta da Duby e Perrot, alla provvida avventura di «Fare l’Europa» orchestrata da Le Goff e concepita congiuntamente con prestigiose sigle estere. Consacrato «editore europeo» del 2000 da una prestigiosa giuria, Vito Laterza pensava naturalmente in termini comunitari: «Altri procedono con un passo più rapido, ma senza dubbio anche noi italiani siamo incamminati verso l’Europa, sul sentiero di conoscenza tracciato da Goethe, Hegel, Croce. D’altro canto, in Italia da sempre si traduce molto, persino troppo. Forse sarà un problema l’indulgenza che gli italiani nutrono verso se stessi, una certa pigrizia a metà fra saggezza e furbizia tesa a godersi la vita. La cultura degli altri in Europa è più severa».

Era un intellettuale autentico, Vito Laterza, della stessa tempra rara – intelligenza più coraggio, spirito critico più passione civile – dei sodali con i quali animò memorabili battaglie delle idee dagli anni Cinquanta in poi: Rossi, Calamandrei, Brancati, Scotellaro, Fiore, Sylos Labini e Sciascia, Scalfari, Cederna, Caffè... Esponenti di una minoranza laica, lungi dalle ideologie cristallizzate nelle «chiese» democristiana e comunista, eredi piuttosto dell’anelito generoso di Gobetti e della lucidità analitica di Gramsci, dell’azionismo sconfitto e talora del cattolicesimo democratico (fu il caso di Jemolo e De Rosa). Autori «laterziani» che si ponevano e ponevano questioni concrete, ovvero i grandi problemi che il Paese si avviava a non risolvere perpetuandone i guasti: la speculazione edilizia, i monopoli, gli squilibri NordSud. Mentre Eugenio Garin con le sue Cronache di filosofia italiana faceva da mentore e da garante nell’arduo passaggio oltre È Croce delle edizioni baresi, che dal ’60 hanno anche una sede romana. Conversare con Vito Laterza, che alla «Gazzetta» rilasciò una delle sue ultime interviste, equivaleva a tuffarsi in un mare di nomi, di storie, di aneddoti e naturalmente di libri, vissuti in prima persona, che riaffioravano vividi, senza troppa nostalgia, con quel tocco di disincanto e la felice prospettiva aerea concessi solo ai maestri. Rimpiangeva però i tempi in cui l’editore era il responsabile diretto dei libri: «Una volta c’erano i signori Bompiani, Rizzoli, Mondadori, invece oggi le decisioni toccano a dei manager che dirigono quelle storiche aziende editoriali. Tuttavia la funzione è rimasta la stessa: è pur sempre l’editore a scoprire l’autore, ad offrire consigli, stimoli, suggerimenti, in sostanza la sua esperienza, per portare alla luce un libro. Un’editoria senza editori non è possibile: i risultati migliori non vengono mai dagli apparati».

Quanto ai conflitti aspri, ma netti, limpidi, cui aveva legato il proprio impegno culturale e politico, Vito Laterza era disilluso: «Il confronto tra destra e sinistra – ci disse – è meno violento di cinquant’anni fa. Parrebbe un fatto positivo, ma in realtà scontiamo un grande rimescolamento, una certa confusione, da cui pochi si salvano. Allora c’era il Pci, erede della regola gesuitica, dell’obbedienza al capo, eppure era più facile inserirsi nella dialettica delle idee, offrire un contributo. Ricordo per esempio lo scontro tra Rossi, autore de I padroni del vapore e Costa. Aveva un senso, un’evidenza che sarebbe difficile riscontrare in una polemica dei nostri giorni». Ma non si lasciò imbrigliare dall’amarcord e sul tema rovente del revisionismo – lui che aveva pubblicato l’Intervista sul fascismo con Renzo De Felice inimicandosi gran parte della cultura di sinistra – offrì una risposta serena: «Ogni ricerca storica, se è veramente nuova, ha la sua originalità proprio nel revisionismo: è degna di dirsi tale se nega i suoi maestri. Perché accordare tanto credito a possibili strumentalizzazioni? Che cosa non è strumentale nella vita? Mangiare è strumentale, come lo è la distanza che il figlio assume rispetto al padre. È vitale. Possiamo servirci del revisionismo per una storiografia che, se intelligente, può riservare risultati magnifici». E una stilettata: «Oggi in Italia la storia e la filosofia sono discipline vivaci, invece la critica letteraria versa in una situazione penosa: è uno stagno dominato dalla ripetitività, privo di qualsiasi innovazione. Dove sono i grandi critici di una volta? I Contini, Caretti, Folena, Pasquali? Su Dante e Boccaccio leggiamo sempre le stesse storie, le stesse interpretazioni».

La sua era in fondo la «magnifica ossessione» iscritta nel codice genetico e nel logotipo della Gius. Laterza & Figli: innovare senza rinnegare la tradizione, anzi trasformando la novità in tradizione, in un patrimonio di idee, di valori, di saperi da proporre «constanter et non trepide». Un filo tra le generazioni che Vito Laterza ha saputo preservare anche all’interno della casa editrice, preparando la successione in favore del figlio Giuseppe e del nipote Alessandro. Un filo che non si spezza nonostante questa dolorosissima perdita. 

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CON BARI UN TORMENTATO MA GRANDE AMORE - Vito Laterza e Bari. Un rapporto tormentato come tutti i grandi amori, cui non sono estranei equivoci e presunte infedeltà. L’editore da molti accusato di essere «emigrato» a Roma si sentiva pienamente barese e rivendicava i suoi natali, il piacere di appartenere alla città di Levante. E c’era in lui, celato dal pudore degli amori autentici, l’orgoglio della terra del bisnonno Giuseppe, il fondatore della dinastia editoriale che nel 1885 aprì una cartoleria a Putignano, e del nonno Vito che trasferì l’attività a Bari il 6 ottobre 1889, dove qualche tempo dopo Giovanni Laterza aprì la libreria destinata a diventare il «tempio» e il «covo» di don Benedetto Croce e dei suoi allievi antifascisti (Tommaso Fiore e i figli Vincenzo e Vittore, Fabrizio Canfora, Ernesto De Martino, Vincenzo Bartolo...).

Ma Vito Laterza rivendicava anche la libertà di andare e di guardare lontano, portando pur sempre con sé il nome di Bari, che in ogni dove è evocato dai libri della casa editrice, come dimostra una siderale citazione dell’argentino Borges e come, fra tanti, ha ribadito su queste colonne l’americana Susan Sontag: «Prima di conoscerla, per me Bari era sinonimo di Laterza». Una lontananza quindi mai tradotta in estraneità, anzi servita appunto a proiettare la città V e la regione in uno scenario culturale internazionale. E tuttavia gli fu spesso rimproverata. «Mi dispiace – ci confessò Vito Laterza – di non essere riuscito a chiarire del tutto questa storia di "Laterza a Roma". Io sono nato e mi sono formato a Bari: è la mia città, che amo e odio come chiunque abbia un rapporto forte con le proprie radici. Vede, noi siamo diventati degli editori non provinciali per esclusivo merito di Benedetto Croce, presso il quale, a Napoli, si recava Giovanni Laterza per prendere in consegna manoscritti ed istruzioni. La nostra sede romana fu imposta da esigenze di rappresentanza e di contatti culturali, mentre gran parte delle attività editoriali sono tutt’oggi concentrate a Bari. Anche le case editrici del nord – Mondadori, Rizzoli, Einaudi – hanno uffici nella capitale. Roma è una calamita, invece a Bari a chi mi sarei potuto appoggiare? Ci sono intellettuali del calibro di Canfora e Tateo, certo, ma non si può fare una casa editrice con tre o quattro collaboratori».

E nel precisare i contorni dell’amore-odio per la sua città, confermò che dei baresi non gli piaceva l’incapacità di guardare al di là del proprio orizzonte: «Pensi al Petruzzelli, non mi si venga a raccontare che i baresi non hanno i mezzi per ricostruirlo. No, il fatto è che ogni impresa culturale li lascia dubbiosi, non li spinge ad impegnarsi economicamente. Lo sa come chiamavano la libreria Laterza quando ero giovane? "Il cartolaio". E a Bari, almeno fino al 1950, i Laterza non hanno goduto di considerazione perché non avevano abbastanza soldi. Una volta il buon Vito Antonio Di Cagno, avvocato e sindaco della città, mi apostrofò in dialetto: "Lascia stare la politica, tu sei fatto per la filosofia". Una frase che suonava come una condanna ad un ambito delimitato. D’altro canto, devo ribadire che i baresi, tutti i baresi, vanno rispettati come grandi lavoratori, perché tali continuano ad essere». Baresi o docenti nel nostro ateneo valorizzati anche nel catalogo costruito da Vito Laterza durante il suo mezzo secolo di lavoro editoriale, dal 1949 al 1997. Fra gli altri: Tommaso e Vittore Fiore, Michele Abbate, Francesco Tateo, Vito Amoruso, Luciano Canfora, Mario Sansone, Aldo Schiavone, Eligio Resta, Franco Cassano, Simona Colarizi, Mario Bretone. Autori di prestigio spesso accolti quand’erano molto giovani, magari al loro esordio, come ricorda Canfora, il quale nel 1972 si vide pubblicato un saggio nel giro di due mesi. Segno di un «fiuto» di Vito Laterza che, a ben pensarci, è una qualità molto barese.

(Oscar Iarussi)

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