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Woody Allen compie 85 anni oggi 1° dicembre. A mo' di sommesso festeggiamento, riproponiamo la recensione per la "Gazzetta" di uno dei suoi film tra i meno celebrati, «Basta che funzioni» (Whatever Works), del settembre 2009. 

«Modestamente, avevo sbagliato tutto» - scherzava Zavattini. Un motto cui abbiamo ripensato quando sono arrivati in redazione i dati sugli incassi dello scorso weekend. A sorpresa, Basta che funzioni è secondo in classifica dopo l’imbattibile L’era glaciale 3. Quasi un milione di euro in tre giorni per il quarantesimo film del geniale cineasta newyorchese. Risultato niente male, di questi tempi. E dire che, alla fine della visione, s’era fatto avanti un certo pensierino: «Mio Dio, ero tra i più giovani nel pubblico affezionato a Woody trentacinque anni fa e lo sono stasera». Gli spettatori, infatti, erano tutti oltre gli «anta», cioè over 50 secondo il basic italian in auge. Una lodevole eccezione, visto che da tempo il cinema «non è un paese per vecchi», anzi è roba da ragazzini. Ma un’eccezione che immalinconisce, alla pari di certi concerti rock o pop in cui vedi nonni, figli e nipoti dei fiori che festeggiano col medesimo entusiasmo cantanti ribelli all’idea di invecchiare, mentre la vecchiaia si ribella a loro. E indovinate chi la spunta.

Ecco, a dispetto delle apparenze scanzonate e dei dialoghi brillanti, Basta che funzioni è un film senile giusto perché finge di non esserlo. Il sessantaduenne protagonista Boris Yellnikoff - l’attore televisivo Larry David sconosciuto da noi, una star negli Stati Uniti - recita in un ruolo concepito trent’anni fa per il grande comico ebreo Zero Mostel. Alter ego quasi perfetto di Woody, il Nostro vive a New York, ha insegnato alla Columbia University, è stato un quasi premio Nobel, ed è quasi del tutto in armonia con se stesso, al punto da aver tentato il suicidio e di essersi salvato per miracolo. Merito di Dio? Macché, quello è «un grande arredatore ed è gay». Piuttosto, il Caso. E Boris non mancherà di sfidarlo ancora, il Caso, nel finale un po’ zuccheroso. È un campione del disincanto, il vecchio prof claudicante alla maniera del Dr. House e con i bermuda a scacchi su scarpe da tennis. E ha in serbo una marea di tic, idiosincrasie, insofferenze per il genere umano/disumano di «schifosi vermetti», innanzitutto femminili. Non manca di ribadirlo a ogni pie’ sospinto alla ventenne Melody (la bionda Evan Rachel Wood) che fortunosamente gli capita in casa e là si stabilisce. Lei gli chiede: «In quale ramo sei?». Lui risponde: «Meccanica Quantistica». Lei insiste: «Sì, ma in quale ramo sei?». Finisce che si sposano.

Il rapporto coniugale con la candida scemina incrina solo in parte il cinismo di Boris, mentre finirà per rivoluzionare i costumi sessuali dei genitori della ragazza. Costoro, sopraggiunti dal Sud nella Grande Mela, scoprono di avere ben altre tendenze rispetto alla morigeratezza del fondamentalismo cristiano cui sentivano di appartenere, nonostante il recente adulterio del marito. Non mancano alcune battute folgoranti, che non trascriviamo per preservarne l’effetto, ed è sapida la trovata di far rivolgere il protagonista direttamente alla platea: guarda dritto nella macchina da presa e ci parla, circondato dai suoi amici che gli danno del mezzo matto. Woody è tornato a casa dopo alcune puntate europee al clou con Match Point e, più che all’autobiografismo sentimentale della love story con la figliastra Soon Yi, punta alla rappresentazione ilarotragica del duello con la morte. Che sarebbe provvisoriamente sconfitta dall’amore, anche a sessanta-settant’anni. Balle. E persino Manhattan non è più la città poetica di Manhattan, dove, ricordate?, un quarantaduenne viveva con la diciassettenne Mariel Hemigway.

Post scriptum. Ipotesi critica alternativa: il vostro recensore invecchia male, si dilunga in verbose premesse, era troppo stanco venerdì sera per apprezzare l’ennesimo... capolavoro di Allen. Basta che funzioni è un film giustamente premiato dal pubblico, che sabato e domenica era composto tutto di under qualcosa.

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