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Cinema / Venezia77

Pedro, Tilda
e la voce umana

Un ritratto di Almodóvar che torna alla Mostra un anno dopo il Leone d'oro alla carriera

Il breve film da Cocteau, protagonista la Swinton, rinnova i canti degli "anziani della tribù" 

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Pedro,  Tilda e la voce umana

Pedro Almodóvar e Tilda Swinton sul set

Giunge oggi sugli schermi della Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, fuori concorso, il mediometraggio "La voce umana" di Pedro Almodóvar (30 minuti). Girato sul finire del lockdown, il film è ispirato alla pièce teatrale "La voix humaine" di Jean Cocteau (1930) ed è stato montato a tempo di record per essere presentato a Venezia, anche a mo' di omaggio alla sua protagonista, Tilda Swinton, che ieri ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera. Ritirando il premio, l'artista britannica ha detto: "Il cinema è, semplicemente, il mio luogo felice. È la mia vera madrepatria. E la sua colleganza, l’albero genealogico del mio cuore. È facile. I nomi sull’elenco di coloro ai quali è stata tributata questa onorificenza sono i nomi dei miei maestri. Sono gli anziani della mia tribù. Sono i poeti del linguaggio che amo sopra tutti gli altri, canto le loro canzoni in bagno… Sono la ragazzina punk fissata con il cinema che fa l’autostop per la stazione per prendere un treno per le colline ai piedi delle vette delle loro conquiste...". Ecco, "La voce umana" fa parte della tradizione del luogo felice/infelice, è un classico già portato al cinema altre volte, la prima nel 1948 da Roberto Rossellini, con Anna Magnani, in un dittico dal titolo "L'amore", che include il monologo di Nannarella al telefono e l'altra breve pellicola "Il miracolo". Girato sulla Costiera Amalfitana, tra Furore, Atrani e Maiori, "Il miracolo" riserva Federico Fellini per la prima e ultima volta come attore protagonista di un film, nel ruolo di un barbuto vagabondo biondo scambiato per san Giuseppe da una contadina pazza (la stessa Anna Magnani), che si è fatta mettere incinta da lui e attende la nascita del bimbo come un prodigio. Sbeffeggiata da tutti nel paese, la donna partorirà da sola in una torre campanaria. Cocteau, Rossellini, Fellini, Magnani... Così Pedro Almodóvar - tornato ieri al Lido - rinnova i canti degli "anziani della tribù", un anno dopo aver vinto a sua volta il Leone d'oro alla carriera, in occasione del quale scrivemmo questo profilo per il catalogo di Venezia 2019, che qui riproponiamo. 

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Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati) si chiamava un film di Pedro Almodóvar uscito nel 2009. Titolo metaforico, suo malgrado, di una qualche disillusione degli aficionados che non gli perdonavano di aver abdicato, allora e già da un po’, alla proverbiale pirotecnia di costumi, travestimenti, provocazioni, trasgressioni e bizzarrie alla maniera di Pepi, Luci, Bom. In effetti Almodóvar ha via via stemperato gli aspetti più «epidermici» del suo cinema, che quarant’anni or sono lo imposero quale vessillifero della movida madrileña insieme al coetaneo Joaquín Sabina, il cantautore di Pongamos que hablo de Madrid, e a Carmen Maura che all’epoca animava il popolare programma televisivo Esta noche. Una parola, Movida, presto adottata in molte lingue del mondo, ma che storicamente designa la stagione libertaria esplosa poco dopo l’interminabile dittatura franchista (1939-1975), all’insegna della voglia di vivere della Capitale. Alla Puerta del Sol il diciassettenne Pedro era giunto alla metà degli anni Sessanta, senza un soldo in tasca, dalla natia Calzada de Calatrava nel cuore della Castilla-La Mancha. Tra una prova giornalistica underground e una band punk-rock, tra un allestimento teatrale della compagnia Los Goliardos e un film in Super-8, Almodóvar per una dozzina di anni si manterrà lavorando nella compagnia dei telefoni: un'isola del tesoro di aneddoti ed esperienze, confluiti nella vena aurea delle narrazioni che gli hanno fruttato due Oscar, un'infinità di altri riconoscimenti e il prestigioso Premio per le Arti Principe delle Asturie.

Tuttavia, Almodóvar di sicuro non ha mai rinunciato a inoltrarsi nel Laberinto de pasiones che battezza una delle sue prime pellicole (1982), intraprendendo nel dedalo passionale un percorso a zig-zag fra la commedia grottesca e il melodramma, dal quale riesce a estrarre la quintessenza sentimentale a costo di fare a meno del pathos e dell’enfasi propri del genere. Perciò i film degli ultimi vent’anni - da Carne trémula a Todo sobre mi madre, da Hable con ella a La mala educación, da Volver a Julieta - possono ben spiazzare o disorientare in virtù delle torsioni intorno al discorso amoroso e all’idea stessa di Cinema. Non di rado Almodóvar si autocita nella filigrana del testo filmico (Mujeres al borde de un ataque de nervios resta emblema e suggello di un memorabile cambio di stagione), ma a venire in luce sono talora richiami tanto «insospettabili» quanto espliciti. Se Julieta è ispirato all’inquietudine esistenziale dei racconti della scrittrice canadese Alice Munro, Gli abbracci spezzati rende omaggio a Rossellini di Viaggio in Italia, del quale è riproposta la scena di Ingrid Bergman in visita alle rovine di Pompei, e ad Antonioni di Blow-Up. Neorealismo e oltre, verso la concretezza dell’invisibile e la ricomposizione del senso perduto delle cose: una struggente immersione nel passato pur di elaborare il dolore.

«L’amore non basta a salvare chi ami», confessa Antonio Banderas che interpreta il personaggio di Salvador Mallo, alter ego dell’autore in Dolor y gloria (2019), il film più personale e più dolente del Nostro, che il prossimo 25 settembre compie settantuno anni. Menzionare l’età conta, visto che Dolor y gloria è un’opera sulla vecchiaia incipiente e l’assedio dei malanni, ma soprattutto sui ricordi e l’infanzia, gli amori perduti e l’arte - il cinema, il teatro, la scrittura - che cura senza guarire. Semplicemente perché non si guarisce dalla «bellezza e finitezza dell’essere al mondo» (Freud dixit). Il punto è superare la paralisi, la depressione, le fobie e le dipendenze, e ricominciare a creare. Dolor y gloria guarda a 8 ½ di Federico Fellini, il cui poster accoglie il visitatore nello studio madrileno di Almodóvar, sede della casa di produzione «El Deseo», fondata dal regista con il fratello minore Agustín.

Del resto, se c’è un paese europeo nel quale il cinema di Fellini avrebbe potuto sentirsi «a casa», è proprio la Spagna. Per le comuni radici cattoliche e latine (Seneca e Marziale erano iberici) e per la deformazione farsesca o assurda della realtà – l’esperpento caro al drammaturgo Ramón Maria del Valle-Inclàn - che spesso, a torto o a ragione, viene assunta quale cifra tipicamente felliniana e in seguito almodovariana.

Fellini, ocho y medio uscì nel 1967, vietato ai minori di 18 anni per preservarli forse da quel «puro abisso» accostato al celebre dipinto di Velázquez Las Meninas, perché, si scrisse, parimenti «barroco, retórico y melancólico». Definizione decisamente postmoderna, che, mutatis mutandis, si presterebbe a sintetizzare l’opera omnia di Pedro Almodóvar approdata per ora - appunto in Dolor y gloria - là dove tutto principia: la madre, l’adolescenza e «il primo desiderio» omosessuale rimosso o dimenticato, lo script della vita a venire riflesso in un acquerello... E mentre Mina nel film canta Come sinfonia, echeggiano i legami tra le due Penisole del Cinema - negli anni del miracolo italiano e del desarollo - grazie a Luis García Berlanga, Rafael Azcona, Carlos Saura, Marco Ferreri, Jordi Grau Solà...

Nell’accettare il Leone d’oro alla carriera attribuitogli dalla 76.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia diretta da Alberto Barbera, Pedro Almodóvar ha evocato i suoi «bellissimi ricordi» veneziani: dal debutto internazionale alla Mostra 1983 con L’indiscreto fascino del peccato (Entre tinieblas) a Donne sull’orlo di una crisi di nervi nel 1988. «Questo Leone - dichiarò - diventerà la mia mascotte, insieme ai due gatti con cui vivo». Il Leone che fa le fusa. Un’immagine di rara tenerezza e una potente sovversione del senso comune: il futuro è fedele al passato, è libertà.

 

 

 

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