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Ugo Santalucia, scomparso all’età di 75 anni il 29 febbraio 2000, non era soltanto un pioniere della cinematografia pugliese, morto poco dopo il decano Nicola Pinto. No, l’avvocato Santalucia, allievo di Aldo Moro ed erede della famiglia che aveva costruito quel gioiello liberty sul lungomare che è il Kursaal Santalucia, era un esponente d’una Bari purtroppo in via di estinzione: una città fattiva e commerciale come s’addice alla fama levantina, eppure non miope, coraggiosa nell’investire su se stessa e sul genio altrui, capace di scommettere e di perdere senza vittimismo. Proprietario del cinema-teatro e poi distributore con l’etichetta “Metro-Panta”, nata da un accordo con la Metro Goldwyn Mayer, Santalucia dagli anni 1950 ai ‘70, le stagioni d’oro sui nostri schermi, conseguì notevoli successi commerciali. Forse è leggenda, ma qualcuno lo ricorda alla stazione con delle valigie colme di soldi, gli incassi dell’esercente che da Bari viaggiava verso Roma, verso il sogno di contribuire al Cinema con la maiuscola. Un sogno che per Santalucia si concretò nellaproduzione, con la sua società “Mega”, dei primi tre film di Franchi-Ingrassia e di una decina di commedie con Ugo Tognazzi (da Una questione d’onore di Zampa a La bambolona di Giraldi).

Nel 1969 partecipò all’ardua produzione franco-algerina di Z – L'orgia del potere di Costa-Gavras, ispirato all’omicidio Lambrakis e al golpe dei colonnelli in Grecia, che vinse la Palma d’oro e l’Oscar. Quindi nel ‘73 l’avvocato barese propiziò uno degli ultimi capolavori di Luchino Visconti: il tormentato, funereo, decadentistico Ludwig. Quell’esperienza mandò praticamente in rovina Santalucia, alle strette tra i capricci della protagonista Romy Schneider e le manie del regista, il quale arrivò ad imporre una sorta di ponte aereo per portare ogni giorno sul set austriaco rose fresche dall’Italia. Poi Visconti sia ammalò e la lavorazione subì ritardi, problemi di ogni genere, fino al disguido che impedì per poco di iscrivere il film nella corsa agli Oscar. Un disastro, del quale tuttavia Santalucia non si rammaricò mai. Ci confessò una volta, ospitandoci a casa sua con un cerimoniale del tè davvero viscontiano, che per Luchino aveva scomodato persino Moro, chiedendo al suo ex-professore, allora ministro, di intervenire presso il governo austriaco affinché concedesse i castelli scelti dal maestro come set. Gli chiedemmo se fosse pentito di quell’incauta produzione: E lui, cortesissimo, candido qual era: «No, perché?». Ci congedò pregandoci di scrivere il meno possibile su di lui: «Ho solo fatto la mia parte, non vale l’articolo di un giornale»

Aveva torto, la sua è una storia che merita di non essere dimenticata

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Quest'articolo è apparso sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" dell'1 marzo 2000 con il titolo “Addio a Santalucia. Produttore coraggioso con Visconti” (pagina 21).

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