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TU NON CONOSCI IL SUD - L'intervista

La felicità «petrosa»
di Silvio Perrella

Parla lo scrittore e critico napoletano. «L’arteteca» il suo prossimo titolo

Un libro chiamato desiderio. «Da giovani leggevamo prima di scrivere. Ora è tutto diverso. Il futuro? È un’invincibile estate»

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Silvio Perrella

Silvio Perrella

Silvio Perrella è un critico letterario tra i più acuti e raffinati, noto per i suoi studi su Calvino, Parise, La Capria, Bilenchi, D’Arzo... Ma Perrella è anche narratore, fotografo, viaggiatore appassionato. Napoletano per destino e per scelta, sebbene sia nato a Palermo, ha da poco compiuto sessant’anni e l’occasione per un bilancio letterario viene dal Premio per la Scrittura intitolato ai «Sassi», che ha ritirato di recente a Matera. A proposito di passi e di passaggi, Perrella da buon flâneur asseconda racconti ed esegesi che derivano umilmente dall’osservazione del mondo, strada facendo. Il suo prossimo libro s’intitolerà L’arteteca che in napoletano indica uno stato di irrequietezza, di agitazione, di moto continuo, «un po’ come il ballo di San Vito». Del resto, solo nell’ultimo anno ha dato alle stampe tre titoli: Da qui a lì - Ponti, scorci, preludi (edizioni Italo Svevo), Di terra e mare con Raffaele La Capria (Laterza) e Io ho paura (Neri Pozza).
Perrella, oltre al resoconto, i sessant’anni sollecitano nuove domande?
«Certo, me ne faccio una precisa: “Hai un’opera o no?”».
Che cosa si risponde?
«Sì, perché avere un’opera significa essere partecipe di rimandi, ritorni e ossessioni. Penso, senza presunzione, che la mia scrittura - per temi e per forme - sia molto mescolata in generi diversi, fin dal saggio su Italo Calvino che pubblicai con Laterza giusto vent’anni fa. Anzi, qualcuno lo definisce “il romanzo su Calvino”, uno scrittore mobile e complesso del quale ho fatto mie alcune lezioni, in primis il criterio verticale».
In che senso «verticale»?
«Il senso della verticalità che gli derivava dall’esser vissuto a Sanremo e in cui io mi esercito per affabulare Napoli, città verticale per eccellenza, a cominciare dal mio amato Petraio, l’antica gradinata che porta dal Vomero al quartiere di Chiaia in pochi minuti. Ne ho scritto in Giùnapoli appena ripubblicato da Beat e in Doppio scatto per Bompiani, che accosta brani narrativi e immagini fotografiche. In Le città invisibili di Calvino c’è una risposta folgorante di Marco Polo a Kublai Kan: “Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”. Nella mia esperienza documentata e fantasmatica io parlo di Napoli ogni volta che parlo delle città che amo, da Rio de Janeiro a New York, da Buenos Aires alla stessa Venezia».
Cosa determina il suo amore per una città?
«La prediligo quando è un cosmo urbano, un sistema complesso nel quale la cultura non è riuscita ad addomesticare del tutto la natura».
E la Sicilia? Lei è nato a Palermo.
«Resta In fondo al mondo, come intitolai un libro di conversazioni con Vincenzo Consolo, quindi estrema e preziosa. Ci trasferimmo a Napoli ch’ero giovanissimo e ho ricominciato a frequentare l’Isola da una ventina d’anni grazie alla collaborazione editoriale con la Mesogea di Messina, che pubblicò quel libro».
A suo avviso la letteratura sta vivendo un buon periodo? O tendiamo a confonderla con qualcos’altro? Sia detto senza moralismo, ma il rischio c’è se nelle classifiche dei libri più venduti primeggiano chef, influencer, calciatori etc. Mentre il tam-tam promozionale sui social annuncia un capolavoro al giorno... Esagerato, no?
«Sa cosa? La nostra generazione leggeva prima di scrivere. Abbiamo provato a farci un’idea del mondo cercando gli antenati: dei miei ho detto in una raccolta che si intitola, in omaggio a Montale, Addii, fischi nel buio, cenni, edita da Neri Pozza. Quando dico “leggere”, intendo non solo l’alfabeto, ma le città, i volti, il cielo, come ci ha insegnato la magnifica tradizione italiana di Leonardo da Vinci e Galileo Galilei. Oggi si è persa la consuetudine con il cartaceo cioè la centralità del libro e si è chiusa la bottega delle esperienze trasformate in linguaggi. Bisogna lavorare per capire il mondo, mescolando letture, iniziative e anche ignoranze, perché non si dà conoscenza senza l’energia dell’errore e la capacità di correggersi».
Sud e Nord. Rispetto ai tempi della nostra gioventù il divario s’è aggravato e negli ultimi decenni sono sorti fenomeni di separatismo, nostalgie celtiche o borboniche, pulsioni razziste diffuse. Il Sud scivola all’indietro, eppure costituisce una formidabile energia per l’immaginario, non solo in Italia. Fanno testo Elena Ferrante e Andrea Camilleri, per fare due nomi fra i tanti possibili.
«Il ‘900 non basta più, per comprendere il presente bisogna rivolgersi ad antiche stratificazioni. Da giovani provinciali quali eravamo, snobbammo le nostre radici in Vico, Basile, Leopardi, preferendo leggere prima i grandi autori francesi, poi quelli latino-americani, i mitteleuropei e via così. Il Sud feconda i linguaggi perché qui i percorsi non si compiono mai del tutto, c’è qualcosa di adolescenziale. E di carnale. Pensi a L’amica geniale della Ferrante, io sono certo che il successo americano dipenda dalla centralità e dalla promiscuità dei corpi nei suoi romanzi e nella serie televisiva; quello stesso corpo che è esorcizzato o processato dal movimento del #MeToo. Gli uomini del Nord del mondo sono infastiditi perfino dall’idea di sfiorarsi, basta guardarli in aeroporto, mentre il Sud è contatto fisico, è sensualità. Nei Sud del mondo c’è una riserva dell’immaginario da cui abbiamo già attinto con García Márquez e Vargas Llosa. Romanzi, canzoni, film suppliscono a un’assenza della realtà: non basta la ragione, a volte bisogna sognare. E, ripeto, non basta più il ‘900».
La poesia assolve a questa stessa funzione. Perrella, lei per trent’anni ha proposto ogni giorno una lirica sul quotidiano «Il Mattino» di Napoli.
«La poesia è... molto mondo in poco spazio, è un sapere portatile e memorabile adatto ai nostri tempi nomadi. Pensiamo al verso di Sandro Penna: “Io vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita”. È oblio ed è consapevolezza, e nella contraddizione del “dolce rumore” c’è tutto. Goffredo Parise con i suoi Sillabari ci insegna che la conoscenza dev’essere una coscienza fulminea, essenziale. E la semplificazione folgorante della poesia lo conferma».
È fiducioso nel futuro?
«Una volta a sessant’anni si era vecchi, oggi a questa età ci vestiamo come i ragazzi e abbiamo desideri che non decrescono nonostante debbano fare i conti con le défaillance del corpo. Pochi giorni fa Raffaele La Capria, uno dei miei maestri, ha festeggiato 97 anni. Quando gli ho chiesto se ha ancora desideri, mi ha risposto: “Non so se ho ancora desideri, ma ho ancora la necessità di desiderare”. Ma la cosa più importante imparata da La Capria è l’esigenza di capire chi siamo, la nostra vocazione, i nostri limiti. Lui l’ha capito, perciò invecchia con serenità».
La forza del desiderio vale anche per la società?
«Certamente, guardi l’onda “verde” delle ragazze e dei ragazzi dei Fridays For Future che hanno manifestato nelle scorse settimane anche in Italia. Essi ci ricordano che ogni cosa va curata, mai data per scontata una volta per tutte. A volte la Storia salta una generazione e ritorna sotto altre forme... Dopo una certa pigrizia dei movimenti, oggi gli slogan e le modalità dell’impegno politico sono diversi da quelli dei capipopolo del 1968 o del ‘77, riecheggiati a lungo nei decenni successivi. È un bene. Con una splendida poesia di Albert Camus direi che nel bel mezzo dell’inverno c’è “un’invincibile estate”. E sempre Camus ci invita a coltivare il paradosso di Sisifo felice, perché il macigno che trasporta è un destino che gli appartiene... Per me l’idea stessa di felicità è petrosa. Da lì si ricomincia: un masso antico e umile da portare lungo strade verticali, a Napoli o altrove».

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